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Giovanni Verga

Letteratura e teatro
Giovanni Verga. Fonte: Wikimedia Commons

Giovanni Verga (Catania 1840-1922) è considerato il più alto rappresentate del verismo italiano, una corrente letteraria del secondo Ottocento – ispirantesi al naturalismo francese - che concepisce l’arte come raffigurazione oggettiva, disincantata e non consolatoria della realtà. L’idea verista, già presente nei primi romanzi di Verga (Una peccatrice, Storia di una capinera, Eva, Tigre reale, Eros) ambientati in un mondo borghese e cittadino falso e corrotto, troverà la sua piena espressione nelle opere della maturità nelle quali racconta la povera e durissima  vita dei pescatori e dei contadini siciliani: le raccolte di novelle (Vita dei campi, Novelle rusticane) e soprattutto i romanzi I Malavoglia e Mastro don Gesualdo. La novità di maggior rilievo nella narrativa di Verga riguarda soprattutto lo stile: al posto del narratore onniscente, che interviene nella storia e la commenta egli propone un narratore interno e impersonale, che non lascia mai emergere il suo giudizio sui fatti e sui comportamenti dei personaggi. L’autore si eclissa, scompare dalla scena per lasciar parlare e agire i protagonisti della storia. Questa scelta porta con sé un’innovazione anche nel linguaggio utilizzato per raccontare il mondo degli umili, dei vinti: l’aderenza alle modalità espressive proprie della lingua orale e in particolare a quella parlata dai contadini e dai pescatori siciliani a cui lo scrittore vuole dare voce.

 

Nonostante la sua attenzione ai vinti, Verga dal punto di vista politico è però un conservatore, privo delle speranze e delle suggestioni del socialismo. Per lui la lotta per la vita, che è alla base dell’esistenza (come per Darwin), sfocia inevitabilmente nella sconfitta e nell’annientamento del più debole. Lo scrittore siciliano rifiuta la tazza del consòlo [1] e – proprio grazie allo sguardo impietoso e oggettivo con cui osserva la tragica realtà della sua terra – ci consegna la rappresentazione più convincente che ne sia stata data durante l’Ottocento.

 

Identifichiamo nella produzione di Verga alcune fasi:

 

I romanzi scapigliati. Sono romanzi nati durante il soggiorno a Firenze e a Milano che hanno come caratteristiche principali i riferimenti autobiografici e la passione amorosa, espressa in modo intenso, estremo,  melodrammatico. Le protagoniste sono donne  affascinanti e misteriose, capaci di vivere le loro emozioni in modo intenso ed estremo, fino alla morte; gli uomini, invece, sono figure deboli, incapaci di scelte coraggiose, che si lasciano trascinare dagli eventi e trovano infine rifugio nella mediocrità (Una peccatriceEvaStoria di una capineraTigre reale)

 

Le novelle. Scritte dopo Nedda, le novelle di Verga raccontano la vita dura e senza speranza di riscatto dei contadini siciliani. Sono contenute nelle raccolte Vita dei campi (Milano 1880) e Novelle rusticane (Torino 1882).

 

Il ciclo dei vinti, che comprende cinque romanzi: I Malavoglia, Mastro don Gesualdo, Duchessa di Leyra, Onorevole Scipioni, Uomo di lusso.

 

 


[1] Il consòlo, nella tradizione meridionale, è il banchetto che viene offerto da parenti e amici alla famiglia di un defunto nei primi giorni del lutto. L’espressione rifiuta la tazza del consòlo viene usata da Asor Rosa in riferimento al modo con cui Verga si pone di fronte al dramma dei vinti. Asor Rosa, Le Premesse: da Gioberti a Oriani, in Scrittori e popolo, Roma, Savelli, 1973.

 

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