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La funzione dell’arte: prefazione al romanzo "Eva"

    Letteratura e teatro

    La Prefazione a Eva può essere considerata un vero e proprio manifesto poetico in cui Verga esplicita la sua concezione dell’arte. L’autore si rivolge direttamente al pubblico, ai lettori, (Eccovi una narrazione) annunciando che il suo romanzo racconta la realtà com’è o come potrebbe essere; per questo è una narrazione vera e non ha importanza se i fatti narrati sono accaduti davvero oppure no (sogno o storia poco importa). La vicenda della ballerina Eva e dell’artista Enrico Lanti interessa direttamente i lettori (vi appartiene, è frutto delle vostre passioni) perché è ambientata nella società borghese in cui anche loro vivono e a cui appartengono; una società ipocrita dove durante le serate di gala, nei teatri illuminati a gas, le madri possono sfoggiare senza pudore abiti indecenti e i padri hanno l’opportunità di guardare con cupidigia le ballerine, cercando così di nascondere dietro un innocente svago le loro inconfessabili passioni:

     

    Eccovi una narrazione  sogno o storia poco importa  ma vera, com'è stata e come potrebbe essere, senza retorica e senza ipocrisie. Voi ci troverete qualcosa di voi, che vi appartiene, che è frutto delle vostre passioni, e se sentite di dover chiudere il libro allorché si avvicina vostra figlia  voi che non osate scoprirvi il seno dinanzi a lei se non alla presenza di duemila spettatori e alla luce del gas, o voi che, pur lacerando i guanti nell'applaudire le ballerine, avete il buon senso di supporre che ella non scorga scintillare l'ardore dei vostri desideri nelle lenti del vostro occhialetto  tanto meglio per voi, che rispettate ancora qualche cosa.

     

    L’arte si limita a rispecchiare la realtà – continua Verga – perciò è ingiusto avercela con lei. Nell’antichità i greci, che credevano nell’amore, ci hanno lasciato immagini della dea Venere, che incarna questo sentimento; noi lasceremo ai posteri lo sfrenato ballo del cancan riprodotto sulle scatole dei fiammiferi. Nei tempi passati l’arte era ritenuta un’ espressione di civiltà, oggi è considerata una cosa del tutto inutile, un lusso per persone che non hanno voglia di lavorare e vivono in modo disordinato (scioperati). Oggi la civiltà, governata dalle Banche e dalle Imprese industriali, si identifica con il benessere materiale, con il godimento che viene dal cibo e dal sesso (la tavola e la donna) e prova antipatia per tutto ciò che non è concreto (positivo) e quindi per ogni forma d’arte:

     

    I greci innamorati ci lasciarono la statua di Venere; noi lasceremo il "cancan" litografato sugli scatolini dei fiammiferi. Non discutiamo nemmeno sulle proporzioni; l'arte allora era una civiltà, oggi è un lusso: anzi, un lusso da scioperati. La civiltà è il benessere; ed in fondo ad esso, quand'è esclusivo come oggi, non ci troverete altro, se avete il coraggio e la buona fede di seguire la logica, che il godimento materiale. In tutta la serietà di cui siamo invasi, e nell'antipatia per tutto ciò che non è positivo  mettiamo pure l'arte scioperata  non c'è infine che la tavola e la donna. Viviamo in un'atmosfera di Banche e di Imprese industriali, e la febbre dei piaceri è la esuberanza di tal vita.

     

    Perciò – conclude Verga – non si deve accusare l’arte di raccontare cose che fanno gridare allo scandalo. L’arte non ha alcuna colpa perché si limita a raccogliere le miserie e le ipocrisie della società borghese e a gettarle in faccia a chi le ha prodotte:

     

    Non accusate l'arte, che ha il solo torto di avere più cuore di voi, e di piangere per voi i dolori dei vostri piaceri. Non predicate la moralità, voi che ne avete soltanto per chiudere gli occhi sullo spettacolo delle miserie che create,  voi che vi meravigliate come altri possa lasciare il cuore e l'onore là dove voi non lasciate che la borsa,  voi che fate scricchiolare allegramente i vostri stivalini inverniciati dove folleggiano ebbrezze amare, o gemono dolori sconosciuti, che l'arte raccoglie e che vi getta in faccia.

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