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"Trionfo di Bacco e Arianna": i contenuti

Letteratura e teatro
Annibale Carracci, Il trionfo di Bacco e Arianna, 1600. Fonte: Wikimedia Commons

Il Trionfo di Bacco e Arianna è un testo colto e raffinato per il contenuto e per lo stile. I temi e i personaggi hanno come riferimento lo Stilnovo e la cultura greca e latina.

 

La storia di Bacco e Arianna è narrata dal drammaturgo greco Euripide (485 a. C-407/406 a. C) nella tragedia Le Baccanti e dal poeta latino Ovidio nell’ Arte di amare (libro III) e nelle Metamorfosi[1] (libro VIII): Arianna, figlia del re di Creta Minosse, dopo aver aiutato l’eroe Teseo a uccidere il Minotauro, fuggi con lui verso la Grecia; Teseo però l’abbandonò nell’isola di Nasso[2] dove fu ritrovata da Bacco che s’innamorò di lei e ne la fece sua sposa divina).

 

Nel Trionfo di Lorenzo il Magnifico Bacco, dio del vino, e Arianna, la sua bellissima sposa, hanno al seguito un variopinto corteo di personaggi provenienti dalla mitologia classica. Vengono per primi i satiri (lieti satiretti), creature col corpo umano, le orecchie appuntite, la coda di capra e due piccole corna sulla fronte, e le ninfe, fanciulle giovani e bellissime che abitano le montagne, i boschi, il mare e i corsi d’acqua; li segue Sileno, vecchio satiro maestro di Bacco: sazio di cibo e di vino (ebbro e lieto/già di carne e d’anni pieno), avanza trasportato da un asino come se fosse un peso inerte (soma), felice e incurante dei suoi mali (se non può star ritto, almeno/ride e gode tuttavia)[3]. Chiude il corteo Mida, re della Frigia, capace di trasformare in oro tutto ciò che tocca, compreso il vino: a che cosa serve dunque tanta ricchezza se gli impedisce di bere e di godersi la vita? commenta il Magnifico.

 

Dopo aver descritto il corteo, Lorenzo si rivolge a tutti i presenti, giovani e vecchi/femmine e maschi perché godano a pieno il momento presente (oggi), lasciando cadere ogni pensiero triste (caschi).

 

Anche questo invito a cogliere ogni momento di felicità perché non sappiamo cosa ci riserva il futuro appartiene alla tradizione classica; particolarmente famosa è l’espressione carpe diem, del poeta latino Orazio (65 a.C-8 a.C) che in una delle sue Odi (1,11, 8) scrive: […] Dum loquimur fugerit invida/aetas: carpe diem, quam minimum credula postero [4]. Un inno alla vita che da sempre si accompagna a una sottile malinconica e alla consapevolezza che la gioia e il piacere sono inesorabilmente destinati a finire.

 

Lorenzo afferma inoltre che solo le persone rozze e insensibili possono difendersi dall’Amore (non può fare a Amor riparo/se non gente rozze e ingrate). Il concetto secondo il quale un cuore nobile contraccambia sempre l’amore è mutuato da Guido Guinizzelli, poeta del dolce Stilnovo, e da Dante che lo riprende nella Vita Nova e nella Commedia, narrando la storia di Paolo e Francesca (Inferno Canto V).

 



[1] Sempre nelle Metamorfosi (libro XI) Ovidio racconta la storia di Bacco e Mida. Il re di Frigia aveva ritrovato e riconsegnato a Bacco il vecchio satiro Sileno, maestro del dio e a lui molto caro, che ubriaco come al solito, si era perduto fra i boschi. Per ricompensa Bacco promise a Mida di donargli qualsiasi cosa desiderasse e il re chiese di poter trasformare in oro qualsiasi cosa avesse toccato. Fu esaudito, ma il dono si rivelò tragico: Mida, infatti, non poteva più né mangiare né bere perché anche il cibo a contatto con le sue dita diventava oro. Disperato e pentito della sua cupidigia, implorò Bacco di togliergli quel tremendo potere e il dio, mosso a pietà, lo esaudì.

[2] L’abbandono di Arianna sull'Isola di Nasso ha dato origine all'espressione “piantare in Nasso”, divenuta successivamente “piantare in asso”.

[3] Poliziano nelle Stanze (libro I, 112, 1-8) descrive Sileno nello stesso modo.

[4] Mentre stiamo parlando, il tempo invidioso sarà già fuggito: /vivi il presente, e confida il meno possibile nel domani.

 L’esortazione carpe diem (letteralmente, “cogli il giorno” e comunemente tradotta in “cogli l’attimo”) è stata ripresa nel film Dead Poets Society (Setta dei poeti estinti) del regista australiano Peter Weir (1989). Protagonista del film è il professor John Keating, (interpretato da Robin Williams) che durante una delle sue lezioni invita gli allievi a “cogliere l’attimo”, a vivere il presente senza lasciarsi condizionare dai timori per ciò che potrà accadere in seguito. Nella versione italiana, il film si intitola appunto L’attimo fuggente.

 

 

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