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D’Annunzio e la poesia del Novecento

Letteratura e teatro

Pier Vincenzo Mengaldo, storico della lingua italiana, critico letterario e professore emerito di Storia della lingua italiana presso l'Università degli Studi di Padova, ha scritto importanti saggi sulla poetica del Novecento. Uno dei più importanti – Aspetti e tendenze della lingua poetica italiana del Novecento – riguarda i fenomeni stilistici e linguistici che la letteratura del Novecento ha ereditato da Pascoli e D’Annunzio. Del saggio, riportiamo di seguito le osservazioni riferite allo scrittore abruzzese e all’influenza che ha avuto nella tecnica e nel linguaggio di poeti come Montale, Quasimodo e Ungaretti.

 

A D’Annunzio, specialmente in Alcyone, si deve l’esempio di un uso generalizzato di assonanze di vario tipo alternanti con le rime imperfette, come notte:molle, notturno:azzurroe sussurro, sempre:tempie (in Lungo l’Affrico o canne: Silvano, ninfa: Siringa, acqua: delicata, ecc. (in Madrigali dell’estate: A mezzodì e Le lampade marine). Attraverso, in particolare, i crepuscolari e Montale, questa tecnica entra stabilmente nelle convenzioni metriche della poesia novecentesca.

[…] È nota la predilezione ossessiva di D’Annunzio, anche in prosa, per le voci sdrucciole (parole con l’accento sulla terzultima sillaba, dette anche proparossitone), in cui si incontrano gusto del preziosismo lessicale e della clausola (il termine finale del verso) sonante; e l’uso flessibilissimo degli sdruccioli è uno degli ingredienti costitutivi della tecnica versificatoria dannunziana, in particolare dell’endecasillabo ritmato su due proparossitoni, contigui, di cui il secondo per lo più in punta di verso: incanti la lucèrtola verdògnola, trèmano come trema il capelvènere, ùnico nella dùplice figura, Pàscono suso in ciel nùvole bianche (in Il fanciullo, per scegliere solo alcuni dei moltissimi esempi che si susseguono in non più di dieci pagine di Alcyone): dove la figura ritmica è continuamente impreziosita da echi fonici. Il modulo, e spesso con effetti similissimi, torna frequente in Montale: fioriti nùvoli di piante gli àsoli; e ti modulò ràpida a sua imàgine; e si lìbrano piume su uno scrìmolo, ecc (in Cigola la carrucola del pozzo è stata poi notata un’analogia ritmica ancora più stringente con un verso dannunziano della poesia Il commiato contenuta in Alcyone: Dìruta la Ceràgola rosseggia).

 

E ora si auscultino, dalle Nuove poesie di Salvatore Quasimodo, endecasillabi come dove il Plàtani ròtola conchiglie; al timpano che ìmita la notte; E la càndida immàgine sull’alghe, oppure si osservino certi versi di ritmo uguale in cui compaiono termini sdruccioli (fòssili, còrrono, mòrdica, sòrdido) in posizione metrica simile (in questo caso l’accento batte sempre sulla sest’ultima sillaba): D’alghe arse, di fòssili marini/le spiagge ove còrrono in amore (S. Quasimodo, Cavalli di luna e di vulcani); accosto accosto mòrdica le rose/il capricorno sòrdido e bisulco (G. D’Annunzio, Tristezza). Sempre nella stessa raccolta, la lirica Ride la gazza, nera sugli aranci, tutta abilmente intessuta di sdruccioli, rimanda a D’Annunzio anzitutto per l’aggettivo superlativo in -issimo collocato in apertura di verso: Pietà della sera, ombre/riaccese sopra l'erba così verde,/bellissime nel fuoco della luna!, da paragonare ad esempio con: Congiunto era con Sirio/altissimo nel medio orbe, nell’arce (G. D’Annunzio, Ditirambo IV), o anche meglio con: Bellissimo m’apparve. In ogni muscolo (G. D’Annunzio, La morte del cervo).

 

Si leggano infine questi versi ancora di Ride la gazza: E tu vento del sud forte di zàgare, /spingi la luna dove nudi dòrmono/fanciulli, forza il puledro sui campi/ùmidi d'orme di cavalle, apri/il mare, alza le nùvole dagli àlberi; attirano l’attenzione, oltre ai varii elementi lessicali e tonali, di nuovo l’endecasillabo con doppio sdrucciolo, la coppia di versi successivi uscenti entrambi in proparossitono, e particolarmente l’uso sagace dell’aggettivo sdrucciolo ùmidi a inizio di verso, posposto al sostantivo campi e staccato da esso mediante enjambement,che risponde a un consumato tecnicismo dannunziano: Deterso d’ogni umano lezzo in fonti /gèlidi (G. D’Annunzio, La tregua); Par che da’ piedi tuoi torta sia nata/radice e di natura/èrbida par ti sien fatte le gambe. (G. D’Annunzio, Il fanciullo); mentre la luna è prossima alle soglie/cèrule (G. D’Annunzio, La sera fiesolana).

 

[…] Da lavori recenti su Ungaretti e Montale si ricavano indicazioni interessanti intorno al modo diverso di utilizzare i suggerimenti dannunziani da parte dei due poeti. Schematicamente si può dire che Ungaretti (in particolare nel Sentimento del tempo) tende a carpire soprattutto un lessico sfumato, come certa aggettivazione di sapore letterario impiegata per realizzare congiunzioni raffinate e insolite fra due termini, e dal punto di vista sintattico tende a proseguire di D’Annunzio il gusto per le sequenze iterative e accumulanti – serie di apposizioni analogiche, polisindeti – tipiche di soluzioni compositive a carattere aperto, dilatate, salienti.

 

Montale invece predilige prelievi lessicali che puntano ora al sostantivo tecnico-prezioso che individua con esattezza l’oggetto (ciniglia, rèdola, scrimolo ecc.), ora al verbo espressionistico, energetico (infoltarsi e altri parasintetici[1], svolacchiare, ecc.), e strutturalmente mira a scorciare nel concentrato del frammento – “occasione” ciò che in D’Annunzio era diffuso e tendente a dissolversi.

 

 

[Tratto con adattamenti da: P.V. Mengaldo, Aspetti e tendenze della lingua poetica italiana del Novecento, in La tradizione del Novecento, Milano, Feltrinelli, 1975.]

 



[1] Si tratta di vocaboli composti derivati da un nome con l’aggiunta di un prefisso e di un suffisso: desalinizzare, intavolare ecc.

 

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