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4. Il cinema d'autore tra gli anni cinquanta e settanta

Arti
Anita Ekberg in "La dolce vita" (1960) di Fellini. Fonte: Wikipedia

Dall'esperienza neorealista prendono le mosse, per poi distanziarsene, i maggiori interpreti di quel cinema d'autore che vive tra gli anni cinquanta e settanta un periodo di assoluto splendore, grazie a maestri della "settima arte" come Luchino Visconti, Federico Fellini, Michelangelo Antonioni e Pier Paolo Pasolini

 

Visconti, che pure ne era stato tra i padri fondatori, si allontana dal neorealismo degli esordi a favore di una forte componente melodrammatica, legata anche alla sua importante esperienza in ambito teatrale e lirico, e realizza pietre miliari della cinematografia italiana come "Senso" (1954), "Rocco e i suoi fratelli" (1960) e "Il gattopardo" (1963). 

Fellini, già sceneggiatore per "Roma città aperta" (1945), si distingue a partire dagli anni cinquanta per una serie di pellicole ("Lo sceicco bianco", 1952; "I vitelloni", 1953; "La strada", 1954; "Le notti di Cabiria", 1957) in cui coniuga, con sensibilità e raffinatezza, realismo attento ai temi sociali, autobiografismo ironico e visionarietà onirica; raggiunge l'apice della sua carriera con "La dolce vita" (1960), "8½" (1963) e "Amarcord" (1973), opere che lo consacrano come il più celebre regista italiano, nonché autore tra i più importanti nell'intera storia del cinema. 

Antonioni, collaboratore di Rossellini e De Santis negli anni quaranta, si afferma come interprete del disagio esistenziale e dell'incomunicabilità con film come "Cronaca di un amore" (1950), "Il grido" (1957) e "L'avventura" (1960), che si caratterizzano per l'uso di lunghi piani sequenza, scambi comunicativi rarefatti e finali aperti. 

Pasolini debutta dietro la macchina da presa con "Accattone" (1961), storia sui ragazzi delle borgate romane che riprende la descrizione del sottoproletariato già presente nei suoi romanzi "Ragazzi di vita" e "Una vita violenta", e realizza autentici capolavori fuori dagli schemi con "Il Vangelo secondo Matteo" (1964) e "Salò o le 120 giornate di Sodoma" (1975).

 

Anche altri autori si distinguono tra gli anni sessanta e settanta per il rinnovamento tematico e stilistico. Si ricordano, in particolare, il cinema dell'impegno civile di Francesco Rosi ("Salvatore Giuliano", 1961;  "Le mani sulla città", 1963; "Il caso Mattei", 1972) e dei fratelli Taviani ("San Michele aveva un gallo", 1976; "Padre padrone", 1977), il cinema anticonformista e provocatorio di Marco Ferreri ("Dillinger è morto", 1969; "La grande abbuffata", 1973), i film elegiaci e introspettivi di Ermanno Olmi ("Il posto", 1961; "L'albero degli zoccoli", 1978), la critica radicale e rabbiosa della famiglia borghese espressa da Marco Bellocchio con "Pugni in tasca" (1965), il cinema politico di autori come Gillo Pontecorvo ("La battaglia di Algeri", 1966) ed Elio Petri ("A ciascuno il suo", 1967; "Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto", 1970; "La classe operaia va in paradiso", 1971) e il cinema a vocazione internazionale di Bernardo Bertolucci ("La strategia del ragno", 1970; "Ultimo tango a Parigi", 1972), un regista destinato ad accrescere in seguito la propria fama mondiale con due delle pellicole più celebri degli anni ottanta e novanta:  "L'ultimo imperatore" (1987) e "Piccolo Buddha" (1993).

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