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Il linguaggio di Pascoli

    Letteratura e teatro

    Il 18 dicembre 1955, a San Mauro di Romagna, il critico Gianfranco Contini tiene una conferenza su Il linguaggio pascoliano nella quale mette a fuoco in modo esemplare le caratteristiche e i valori della lingua usata dal poeta. La conferenza, stampata nel 1958 in una raccolta di Studi pascoliani, con il titolo Il linguaggio di Pascoli, è poi entrata a far parte di Varianti e altra linguistica, pubblicato da Einaudi nel 1970. Ne riportiamo – con qualche adattamento – alcuni passi.

     

    Contini individua le varie componenti del lessico poetico di Pascoli: da una parte, elementi del linguaggio fonosimbolico, come le onomatopee, che evocano oggetti o significati tramite il suono e non hanno niente a che vedere con la grammatica (linguaggio agrammaticale o pregrammaticale), dall'altra elementi fortemente codificati, appartenenti alle cosiddette lingue speciali (linguaggio postgrammaticale), come il linguaggio impastato di italo-americano parlato dagli emigranti del poemetto Italy, i termini del vernacolo della Garfagnana utilizzato nei Canti di Castelvecchio, i nomi propri strani ed esotici presenti nei Poemi conviviali, i termini arcaici dei volgari del Duecento presenti nelle Canzoni di reEnzio:

     

    Pascoli o trascende il modulo di lingua che ci è noto dalla tradizione letteraria, o resta al di qua: a ogni modosiamo di fronte a un fenomeno che esorbita dalla norma. Riconosciamo anzitutto la presenza di onomatopee, «videvitt», «scilp», «trrtrrtrrterittirit», presenza dunque di un linguaggio fonosimbolico. Questo linguaggio non ha niente a che vedere in quanto tale con la grammatica; è un linguaggio agrammaticale o pregrammaticale, estraneo alla lingua come istituto.

     

    D’altro canto incontriamo in copia termini tecnici, tecnicismi che rientrano insomma sotto l’ampia etichetta che i glottologi definiscono delle lingue speciali: etichetta sotto la quale sono classificati, per esempio, i gerghi. E se si sceverano, esaminandoli più da vicino, questi campioni di lingue speciali, si constaterà che talvolta il poeta vuol riprodurre il color locale: questo in modo particolarissimo nelle poesie ispirate alla vita di Castelvecchio e sature di termini garfagnini. Se poi essi siano autentici o abusivi o inventati, è questione che fu molto dibattuta, ma che è quasi aneddotica e che in questa sede non interessa dirimere: basta la posizione di principio.

     

    Accanto al color locale si introduce quello che alcuni critici d’arte hanno chiamato color temporale: quando per esempio il Pascoli vuole alludere al tono presunto nella poesia volgare dei tempi di re Enzio, quel medioevo comunale e romanticamente folcloristico, egli ricorre a elementi linguistici che evidentemente, e sempre librescamente, associano echi bolognesi, emiliani, padani, a echi arcaici, duecenteschi.

     

    Ma a sua volta questo color locale può comporsi talora di più ingredienti: vedete l’emigrante che, tornando in Lucchesia dagli Stati Uniti, parla un linguaggio impastato di italiano e di americano, in cui il toscano incastona o, più spesso, assorbe, adattati alla sua fonetica e forniti di connessioni mnemoniche in tutto nuove, i vocaboli stranieri. È una variante del color locale.

     

    E un’altra variante è quella che vorrei chiamare color locale d’occasione: Pascoli si può dire che faccia mente locale anche linguisticamente, per esempio innanzi a una situazione della guerra d'Abissinia evocherà termini specifici, molti dei quali sono nomi propri e perciò risultano doppiamente estranei al linguaggio quotidiano. Una consecuzione di nomi propri che può giungere fino a stipare di sé il verso, costituito allora soltanto di questi elementi che esorbitano dall'italiano, come nel passo di Gog e Magog.

     

    In ogni caso dunque abbiamo a che fare con lingua speciale, entità rara, preziosa, squisita, il cui funzionamento, la cui stessa esistenza è precisamente condizionata dalla differenza di potenziale rispetto alla lingua normale.

     

    Per quale motivo – si chiede Contini – Pascoli utilizza questa strana e straordinaria lingua, costituita prevalentemente da eccezioni alla regola? La risposta è che l’impiego di un certo tipo di linguaggio corrisponde a una determinata visione della vita e del mondo: se per esprimerci scegliamo un linguaggio normale significa che il nostro rapporto con la realtà è chiaro e solido; viceversa, utilizzando soprattutto eccezioni alla norma manifestiamo la nostra incapacità di leggerla in termini razionali e logici. Lo sperimentalismo linguistico di Pascoli metterebbe quindi in luce la perdita di quella certezza assistita di logica caratteristica dei primi dei primi anni del Romanticismo e il rapporto critico del poeta col mondo esterno, propria del periodo successivo, chiamato Decadentismo:

     

    Tutto quello che abbiamo reperito fin qui costituisce una serie di eccezioni alla norma. Come si può interpretare un simile dato di fatto? Quando si usa un linguaggio normale, vuol dire che dell'universo si ha un'idea sicura e precisa, che si crede in un mondo certo, ontologicamente molto ben determinato, in un mondo gerarchizzato dove i rapporti stessi tra l'io e il non-io, tra l'uomo e il cosmo sono determinati, hanno dei limiti esatti, delle frontiere precognite. Le eccezioni alla norma significheranno allora che il rapporto fra l'io e il mondo in Pascoli è un rapporto critico, non è più un rapporto tradizionale. È caduta quella certezza assistita di logica che caratterizzava la nostra letteratura fino a tutto il primo romanticismo.

     

    Pascoli non è l'unico a vivere questa crisi e a utilizzare una lingua speciale: anche D’Annunzio e i Simbolisti si sono espressi in una lingua postgrammaticale, fatta di termini rari, preziosi, strani; d’altra parte movimenti culturali come il Futurismo, il Dadaismo e il Surrealismo hanno scelto la lingua pregrammaticale, basata sul suono e sull’onomatopea. Pascoli, però, è stato il primo a sperimentare contemporaneamente entrambi i tipi di linguaggio e ad averli messi sullo stesso piano:

     

    Mi si chiederà a questo punto: ma tutto questo è poi caratteristico di Pascoli, serve a definire lui solo? È certissimo che del linguaggio speciale e del linguaggio post-grammaticale tutto il tardo romanticismo, tutto quello che da qualche tempo si suolchiamare il decadentismo, ha fatto uso assai copioso, basti citare D'Annunzio e l'intero movimento simbolistico. D'altra parte, per ciò che è dell'eccezione onomatopeica e fonosimbolica, soccorrono alla mente, ma allora allo stato puro, esperienze come quella del futurismo o come, fuori d'Italia, quella di Dadà e poi del primo surrealismo. Però qualcosa è unico in Pascoli, cioè il fatto che egli esperisca contemporaneamente i due settori: il settore pregrammaticale e il settore grammaticale e post-grammaticale. Poeticamente il settore post-grammaticale, quello, diciamo, delle lingue speciali, era un settore molto battuto, e per esso Pascoli s'inserisce nella più frequentata cultura del suo tempo, ma per il settore pre-grammaticale no: egli è un innovatore. Le esperienze futurista, dadaista e surrealista vengono tutte dopo di lui, e se direttamente o polemicamente l'avanguardia italiana non si concepirebbe senza il suo precedente, le stesse esperienze fatte in lingua francese presuppongono il futurismo, e quindi in ultima analisi sono, sia pure mediatamente, postume all'esperienza pascoliana. Essa è radice e matrice di molta parte degli esperimenti europei. Ma ciò che è unico in Pascoli, è meno il fatto di essere stato il primo a esperire, almeno parzialmente, il linguaggio pre-grammaticale, che quello di avere messo sullo stesso piano il linguaggio a-grammaticale o pre-grammaticale e il linguaggio grammaticale e il post-grammaticale.

     

    Pascoli non mescola solo i linguaggi ma anche le cose; in questo segue la rivoluzione iniziata dal Romanticismo, che aveva dato diritto di cittadinanza a tutti gli aspetti della realtà, anche ai più umili e quotidiani:

     

    Certo il poeta introduce spesso le cose a discorrere, e in quanto siano fatte parlare le cose, per definizione si rientra nell'ambito del cosiddetto espressionismo, una forma di antropomorfismo per cui sono delegate a discorrere un linguaggio umano le cose. Questo ci dà ragione delle onomatopee, del fonosimbolismo e delle altre esperienze affini che abbiano rintracciato in Pascoli. Ma quali cose sono chiamate all’esistenza e alla parola? Questa determinazione è importante. In linea di principio, tutte le cose, cioè a dire: non ci sono oggetti privilegiati. Caratteristico della poesia classica è di redigere un catalogo chiuso di oggetti selezionati, proprio come in certi circoli aristocratici occorrono determinate presentazioni e si esigono requisiti particolari per essere ammessi. Dunque, un recinto riservato di temi e di parole che soli possono essere adoperati in poesia. Ebbene, la rivoluzione romantica (che in sostanza è una rivoluzione permanente, se pure accentuata in misura particolare durante quello che fu il romanticismo storico, e da noi ha toccato il suo punto estremo nell’esperienza pascoliana), la rivoluzione romantica si può anche definire con una facile metafora l’estensione del diritto di cittadinanza a tutti gli elementi della realtà. E se volete un’altra metafora di carattere politico, diciamola pure democrazia poetica, una democrazia poetica la quale, se non investe precisamente gli umili, investe almeno le cose umili. A questo proposito basterà ricordare i motti delle raccolte pascoliane che con astuta progressione e regressione dialettica designano emblematicamente il suo programma: arbustaiuvanthumilesquemyricae (Myricae
    e Canti di Castelvecchio); paulomajora (Poemetti); non omnesarbustaiuvant (Poemi Conviviali); canamus (Odi e Inni). Ciò naturalmente mette Pascoli in immediato rapporto con quella democrazia letteraria e linguistica che nella cultura italiana reca innanzi tutto la firma del Manzoni.

     

    Pascoli è interessato a tutte le cose del mondo, ma è consapevole che esiste un mondo aulico, illustre, eccezionale e un mondo quotidiano e depresso; la particolarità di questo grande poeta consiste nell'aver utilizzato per entrambi questi aspetti della realtà lo stesso linguaggio raro, prezioso, squisito.

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