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7. Manzoni e i dialetti

    Dialetti e altri idiomi d'Italia
    Manzoni, Dell’unità della lingua e dei mezzi di diffonderla (1868)

    Al momento dell’Unità (1861) i dialetti erano in Italia la scelta pressoché esclusiva per la comunicazione quotidiana, a cui pochissimi erano in grado di affiancare l’italiano, che d’altronde – date le sue caratteristiche di lingua “elevata” – poteva rappresentare il riferimento solo per gli usi scritti, e perlopiù di tono elevato. Al punto che Alessandro Manzoni, proprio negli anni immediatamente successivi all’Unità, parlava (anzi, scriveva) dell’italiano come di una lingua morta perché incapace di rispondere alle esigenze quotidiane della comunicazione. Per Manzoni, non a caso, le “vere lingue” presenti in Italia erano i dialetti, che, ciascuno nella sua area geografica di pertinenza, assicuravano ai parlanti un completo ed efficace strumento per comunicare in ogni occasione della vita. Per questo, incaricato dal Ministero dell’istruzione del Regno di mettere in piedi un programma di unificazione della lingua parlata, Manzoni pensò che la soluzione potesse essere quella di affidarsi a un “dialetto”, estendendo a tutta Italia l’uso di uno “strumento di comunicazione di una società viva e intera” che al momento era in funzione soltanto presso una determinata comunità di parlanti (quella fiorentina). 

     

    Operativamente la proposta manzoniana prevedeva, accanto alla presenza di insegnanti fiorentini nelle  scuole del Regno, la redazione di un vocabolario italiano modellato dell’uso fiorentino, che a sua volta rappresentasse il punto di riferimento per compilare vocabolari bilingui dialetto-italiano da adottare in tutte le scuole. Il progetto si rivelò di difficile realizzazione, soprattutto perché non poteva fare affidamento sul sostegno di una rete scolastica ugualmente efficiente e costantemente frequentata nelle diverse aree della Penisola.

     

    Di fatto, i dialetti e l’italiano continuarono a lungo ad avere funzioni rigidamente distinte, rappresentando rispettivamente i poli del parlato quotidiano e della scrittura sostenuta. Ancora nel 1961 si poteva affermare così che l’italiano aveva un vocabolario eccellente per discutere dell’immortalità dell’anima e per descrivere liricamente un tramonto, ma assolutamente incapace di servire ai bisogni della comunicazione di tutti i giorni. A sua volta le dimensioni dell’analfabetismo – fenomeno di massa fino all’inoltrato dopoguerra – costituivano oggettivamente un limite al possesso dell’italiano, che dunque continuerà ad essere a lungo lingua di pochi e per poche, selezionate occasioni. In questo quadro, fino a quando le vicende della società italiana non faranno aumentare esponenzialmente il bisogno di italiano (e di scuola), la  lingua parlata sarà in Italia territorio di competenza prevalentemente dialettale.