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Dialetti d'Italia

Dialetti e altri idiomi d'Italia
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Nel senso comune la dimensione del dialetto è in genere rappresentata da comportamenti linguistici poco sorvegliati – se non trascurati – che tradiscono la provenienza del parlante e anche una sua certa arretratezza culturale. Da cosa trae origine questo diffuso sentire?

 

Preliminarmente, c’è bisogno di una difesa d’ufficio. Ogni dialetto parlato in Italia è, sul piano della struttura interna, una lingua a tutti gli effetti: può cioè contare su una sua grammatica completa (fonetica, morfologia, sintassi) e di un altrettanto strutturato vocabolario. Ha inoltre, come ulteriore tratto distintivo, un suo peculiare andamento intonativo (che gli specialisti indicano come prosodia). Che bisogno c’è, allora, di chiamare “dialetti” queste lingue? E perché chiamarle così porta in qualche modo a svalutare loro, e soprattutto chi le parla? Il fatto è che, anche senza accorgercene, ogni volta che parliamo di dialetto facciamo un confronto con ciò che parallelamente intendiamo per “italiano”. È in virtù di questo confronto che quel codice che per quanto riguarda la sua struttura non può che dirsi una lingua, va incontro al ridimensionamento espresso dall’etichetta  “dialetto”. Ma quali sono i termini di questo ridimensionamento, e a cosa dobbiamo ricondurli?

 

Prima di tutto, è una questione di funzioni. Rispetto alla lingua affermatasi come “nazionale”, ogni dialetto manifesta un limitato raggio d’azione: riguardo alla sua diffusione geografica, ma anche perché il suo uso non si estende a ogni circostanza della vita sociale (gli usi “pubblici” e istituzionali, per dire, sono di esclusiva pertinenza della lingua nazionale); questo significa che solo il sicuro possesso della lingua consente di affermarsi e progredire socialmente. Sebbene, poi, non manchino testimonianze scritte (pensiamo agli esempi, a volte anche illustri, di letteratura dialettale), sfera di elezione del dialetto è infatti la dimensione più familiare del parlato. Questa specializzazione delle funzioni, con la lingua capace di garantire libertà di movimento – orizzontale e verticale – nella società, e il dialetto destinato perlopiù all’interazione più informale in contesti “protetti” (la famiglia, il vicinato), porta con sé una gerarchizzazione dei rapporti tra i codici in gioco, cosa che ha per correlativo, a livello del senso comune, la “svalutazione” del dialetto rispetto alla lingua.

 

Bisogna però sottolineare che la specializzazione delle funzioni e la relativa subordinazione del dialetto non sono imputabili alle sue caratteristiche linguistiche: non c’è insomma niente di “intrinseco” a rendere i dialetti compatibili solo con la sfera della quotidianità e del parlato informale. I motivi di questa saldatura vanno invece ricercati nelle procedure che hanno portato in Italia alla definizione e alla canonizzazione dell’italiano, e al parallelo definirsi, per contrasto, dei dialetti.

Commenti

Ritratto di Nicoletta Barbarito Alegi
Domanda di grammatica. perchè si dice "Io e te" ma "Tu ed io"? Insegno l'italiano ai migranti come volontaria , avrei bisogno di saperlo, non trovo spiegazioni da nessuna parte, grazie!
Ritratto di Nicoletta Barbarito Alegi
Domanda di grammatica. perchè si dice "Io e te" ma "Tu ed io"? Insegno l'italiano ai migrnt come volontaria , avrei bisogno di saperlo, grazie!