, dopo l'accesso o la registrazione il tuo account verrà connesso.

4.1 La lingua delle canzoni

Mass media
Domenico Modugno a "Canzonissima" nel 1969. Fonte: Teche RAI

Fu Napoli, per diversi decenni, la capitale della canzone: non solo italiana, ma europea. La grande città di popolo, che era stata quasi ininterrottamente tra le più affollate del mondo, diede vita a una delle prime industrie culturali moderne: con la produzione regolare di novità, che diffuse in veri e propri festival (nella scadenza popolarissima di Piedigrotta), e diffuse da case editrici di dimensioni e ambizioni multinazionali. Napoli con i suoi attori e i suoi cantanti fu anche la prima capitale del teatro detto “di varietà”, col suo misto di brevi scenette, musica, esibizioni di giocolieri, imitatori e di tutto quel che poteva stupire il pubblico.

 

Le canzoni di maggior successo all'epoca non parlavano italiano, ma una parlata locale. In un'Italia dove la lingua nazionale era ancora parlata da una minoranza, fu il dialetto napoletano a fare da lingua popolare. Si trattava comunque di un dialetto scritto e pronunciato in modo da farsi capire facilmente: quello parlato nei vicoli era ed è un'altra cosa. Parallelamente si sviluppava per gradi una canzone in lingua; ma non è caso se alcuni tra i primi a cantare in italiano furono definiti “fini dicitori”, per sottolineare il preziosismo con cui enunciavano parole che dovevano essere di tutti ma che pochi usavano in modo corrente.  

 

La canzone in italiano si sarebbe poi diffusa sempre più massicciamente con l'aiuto della radio e del cinema, ma sarebbe arrivata a scalzare quella napoletana, complice la televisione, solo negli anni del Miracolo Economico. Emblematica la parabola di Domenico Modugno, dalle canzoni in napoletano come Resta cu'mme (e anche in altri dialetti meridionali) al successo mondiale di Nel blu dipinto di blu (1958) forse la canzone italiana, e in italiano, più famosa nel mondo. Negli anni Sessanta-Settanta, d'altra parte, mentre in molti paesi nord-europei il trionfo globale del rock spingeva le giovani generazioni a imparare l'inglese, in Italia le canzoni straniere circolavano prevalentemente nella nostra lingua, riprese da cantanti italiani (o dagli stessi cantanti originali) in testi tradotti, le cosiddette cover.