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Le vicende della "Liberata"

    Letteratura e teatro

    Tasso deve la sua fortuna - in Italia come in Europa, presso i contemporanei e nei tre secoli a seguire – soprattutto alle opere in poesia - Aminta, Rime e Gerusalemme Liberata - tutte stampate contro la volontà dell’autore. Le vicende della Liberata sono esemplari di questo complesso percorso.

     

    Le edizioni

     

    1575 - Prima di pubblicare la Gerusalemme Liberata, Tasso, preso da mille scrupoli, la sottopone al giudizio di alcuni letterati romani [1], che non sono di certo teneri con lui: lo accusano di non aver rispettato i principi aristotelici[2] e contestano le scene d’amore e la magia, contrarie ai principi del cattolicesimo[3]. Il poeta inizia una lunga e tormentata opera di riflessione e revisione.

     

    1579Mentre si trova al Sant’Anna e l’opera di revisione è ancora in atto, alcuni editori senza scrupoli si impossessano di canti manoscritti, spesso scorretti e  sorpassati, che integrano e rimaneggiano a loro piacimento.

     

    1579/1580 – A Genova e a Venezia vengono pubblicate le prime due edizioni parziali del Goffredo.

     

    1581 – Escono contemporaneamente 4 edizioni discordanti fra loro: le prime due a Parma e Casalmaggiore, col titolo di Gerusalemme Liberata, curate dal letterato Angelo Ingegneri; le altre due vengono stampate a Ferrara da Febo Bonnà, giovane letterato amico del poeta.

     

    1584 – Esce a Mantova l’edizione curata da Scipione Gonzaga: è più corretta dal punto di vista linguistico, ma anche in questo caso il testo è ampiamente rimaneggiato[4]. Gli editori moderni non faranno riferimento a questa edizione, preferendo quelle di Febo Bonnà che vengono ristampate nel 1967 da Lanfranco Caretti.

     

    1584/1588 - In questo periodo ha grande rilievo l’accesa discussione dei critici riguardo alla superiorità della Gerusalemme Liberata o dell’Orlando Furioso.

    A dare inizio alla polemica è lo studioso napoletano Camillo Pellegrino. Nel 1584 pubblica un dialogo intitolato Il Carrafa o vero della Epica poesia dove accusa Ariosto di non aver rispettato i principi della poetica di Aristotele.

    A lui si oppone Lionardo Salviati, letterato e grammatico fiorentino, accademico della Crusca, che nel 1585 scrive la Difesa dell’Orlando Furioso dell’Ariosto contra ‘l Dialogo dell’Epica  poesia di Camillo Pellegrino[5]. Salviati, in particolare, rimprovera a Tasso di aver usato parole straniere e dialettali (i cosiddetti lombardismi[6]) e un numero eccessivo di latinismi[7]. Pellegrino risponde e la polemica si inasprisce: Tasso viene accusato di aver offeso Firenze e i Medici nel dialogo Del piacere onesto[8]. Il poeta si difende scrivendo l’Apologia in difesa della Gerusalemme Liberata (1585) e pubblica i suoi scritti teorici[9]. Ma invano: nella prima edizione del Vocabolario della Crusca (1612) Torquato Tasso non viene menzionato; sarà inserito solo nel 1691, con la terza edizione.

    La polemica, che rimase fortissima a lungo, ebbe grande rilievo e risonanza e contribuì molto alla fortuna del poema.

     

    La fortuna

     

    Quando nel 1586 Tasso esce da Sant’Anna, la Gerusalemme Liberata è già famosissima in Italia e all’estero: circolano già 12 edizioni; di lì a poco usciranno le edizioni illustrate dai pittori Bernardo Castello e Antonio Tempesta. La Liberata godrà di straordinaria fortuna nella letteratura, nella musica, nell’arte e sarà largamente nota non solo fra gli intellettuali ma anche fra la gente comune[10]. A riscuotere successo saranno soprattutto singoli episodi, legati all’amore e alla magia (Rinaldo e Armida, Erminia fra i pastori, il combattimento fra Tancredi e Clorinda); la Gerusalemme Conquistata invece non avrà alcun seguito.

     

    Il poeta e letterato Pier Jacopo Martelli scrive che il poema era letto da dame e cavalieri, conosciuto a memoria e trasmesso oralmente dal popolo (vetturini, bottegai, barcaiuoli, viaggiando, lavorando, vogando il cantavano), utilizzato a piene mani da pittori famosi come fonte d’ispirazione (i pittori - i Caracci, il Reni, il Zampieri, l’Albano, il Cignano, per parlar solamente de’nostri - empievano delle sue favole per essi dipinte le gallerie, nulla trovando più adatto alla espressione pittoresca de’ bei racconti del Tasso).

     

    Anche la vita del Tasso, le sue esperienze drammatiche ed intense come uomo e come poeta suscitarono grande interesse in Italia e in Europa per oltre tre secoli.  Nel 1755, durante il carnevale, viene rappresentata una commedia intitolata Torquato Tasso scritta da Carlo Goldoni. In modo ora serio ora divertente Goldoni  mette in scena le traversie del poeta, tormentato dagli Accademici della Crusca a causa della lingua usata nella Gerusalemme. In questo modo Goldoni si difende in modo indiretto da quanti denigravano il linguaggio da lui usato nelle sue commedie.

     

    Nel 1807 a Weimar viene rappresentato il Torquato Tasso, di Wolfgang Goethe. Nel dramma si racconta il primo collasso nervoso del poeta, avvenuto a Ferrara e causato dalle difficoltà della vita a corte ma soprattutto dall’amore infelice per la principessa Eleonora d’Este, sorella del duca Alfonso. Il 19 settembre 1883, al Teatro Valle di Roma viene rappresentato per la prima volta il melodramma di Gaetano Doninzetti Torquato Tasso.



    [1] Si tratta di Scipione Gonzaga, Sperone Speroni, Pier Angelio da Barga, Flaminio de’Nobili, Silvio Antoniano . Con loro, dal 1575 al 1577,  intreccia un fitto scambio di lettere che verranno pubblicate nel 1587 – insieme ai Discorsi dell’arte poetica - col titolo di Lettere poetiche.

    [2] In particolare, secondo Sperone Speroni, il principio dell’unità di azione .

    [3] Le accuse più dure gli vengono da Pier Angelio da Barga e Silvio Antoniano, fra i sostenitori più intransigenti della Controriforma.

    [4] Questi rimaneggiamenti, frutto del gusto personale di Scipione Gonzaga, erano autorizzati  da Tasso

    [5] Lo scritto, che esce anonimo, ha come sottotitolo Stacciata prima, cioè prima setacciata e si riferisce alla finalità dell’ Accademia: separare la “ crusca” dalla “farina” letteraria.

    [6] Si chiamano “lombardismi” i termini usati nelle corti dell’Italia Settentrionale.

    [7]Fra i latinismi usati dal Tasso: breve (piccolo), mattutino, notturno, torreggiare, precipitare. Salviati definisce questi latinismi “pedanteschi”, cioè eccessivamente ricercati e sofisticati.

    [8] Ad accusarlo nella Lettera a Flaminio Mannelli, è Bastiano de' Rossi, detto Inferigno, uno dei fondatori dell’Accademia della Crusca e primo editore del Vocabolario.

    [9] Pubblica i Discorsi dell’arte poetica, scritti in gioventù, e le lettere – le cosiddette lettere poetiche -  inviate a Scipione Gonzaga e ad altri amici durante la revisione della Liberata

    [10] Torquato Tasso, del resto, desiderava che le sue opere fossero apprezzate da un vasto pubblico . Scrive infatti in alcune lettere “Io non mi proposi mai di piacere al volgo stupido; ma non vorrei però solamente soddisfare a i maestri de l’arte. Anzi sono ambiziosissimo de l’applauso degli uomini mediocri, e quasichè altrettanto affetto la buona opinione di questi tali, quanto quella de i più intendenti” (Lettere I, n. 40 )  “.. volendo io servire al gusto de gli uomini presenti, confido molto de l’umor popolare, nè contento di scrivere a i pochissimi, quando ancora tra quelli fosse Platone (Lettere, I, n° 60)

     

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