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La lettera di Petrarca su Dante

    Letteratura e teatro

    A Giovanni da Certaldo, difendendosi da una calunnia mossagli da invidiosi. (Familiares, XXI, 15)

    In questa lettera Petrarca risponde a Boccaccio, che si scusa con lui per aver lodato  l’opera di Dante, di cui era grandissimo estimatore. Per rassicurare l’amico – ma soprattutto per difendersi pubblicamente dalle accuse di provare invidia e disprezzo per Dante – il poeta parla di sé ed esprime un giudizio sull’autore della Commedia come uomo e come scrittore. Dal confronto emergono le grandi differenze che Petrarca sente di avere rispetto a Dante nella concezione della vita, degli studi e nella scelta del pubblico a cui la propria opera è destinata.

     

    Presentiamo di seguito alcuni passi della Lettera a Giovanni da Certaldo in cui Petrarca sottolinea ciò che lo lega a Dante Alighieri e ciò che lo distingue da lui.

     

    Il nonno e il padre di Petrarca subirono, come Dante, la condanna all’esilio e si rassegnarono alla sorte; il grande poeta, invece, non volle mai chinare il capo e per questo Petrarca afferma di nutrire per lui una grande ammirazione:

     

    Visse col mio nonno e con mio padre, più giovane del primo, più vecchio del secondo, col quale nel medesimo giorno e da una stessa tempesta civile fu cacciato dalla patria. Spesso tra compagni di sventura nascono grandi amicizie; e questo accadde anche tra loro, che oltre alla fortuna avevano in comune l’ingegno e gli studi, se non che all’esilio, al quale mio padre ad altre cure rivolto e pensoso della famiglia si rassegnò, egli si oppose ed agli studi con maggiore ardore si consacrò, di tutto incurante e sol di gloria desideroso. E in questo non saprei abbastanza ammirarlo e lodarlo; poiché non l’ingiuria dei concittadini, non l’esilio, non la povertà, non gli attacchi degli avversari, non l’amore della moglie e dei figliuoli lo distrassero dal cammino intrapreso.

     

    Petrarca non ha studiato gli scritti di Dante perché voleva crearsi uno stile proprio, senza subire l’influenza di alcun grande maestro:

     

    L’altra calunniosa accusa che mi si fa è che io, che fin da quella prima età in cui avidamente si coltivano gli studi, mi compiacqui tanto di far raccolta di libri, non abbia mai ricercato il libro di costui…Confesso che è così… temevo che, se mi fossi dedicato alla lettura degli scritti suoi o di qualcun altro, non mi accadesse, in un’età così pieghevole e proclive all’ammirazione, di diventare volente o nolente un imitatore. Da questo nella baldanza del mio animo giovanile io aborrivo, e tanta era in me la fiducia o meglio l’audacia, da credere di potere col mio ingegno e senza l’aiuto di alcuno crearmi uno stile proprio e originale.

     

    La poesia di Dante, scritta in volgare, viene recitata soprattutto da persone ignoranti che la imbrattano e la deturpano. Questo è un rischio che Petrarca non vuol correre per i suoi versi:

     

    Per quel che mi riguarda, io l’ammiro e l’amo, non lo disprezzo e credo di potere sicuramente affermare che se egli fosse vissuto fino a questo tempo, pochi avrebbe avuto più amici di me… e al contrario, che a nessuno sarebbe stato più in odio che a questi sciocchi lodatori, che non sanno mai né perché lodano né perché biasimano, e facendogli la più grave ingiuria che si possa fare ai poeti, sciupano e guastano, recitandoli, i suoi versi. Ma non posso fare altro di lamentarmi e disgustarmi che il bel volto della sua poesia venga imbrattato e sputacchiato dalle loro bocche; e qui colgo l’occasione per dire che fu questa non ultima cagione ch’io abbandonassi la poesia volgare a cui da giovane m’ero dedicato; poiché temei che anche ai miei scritti non accadesse quel che vedevo accadere a quelli degli altri e specialmente di quello di cui parlo.... E i fatti dimostrano che i miei timori non furono vani, poiché quelle stesse poche poesie volgari, che giovanilmente mi vennero scritte in quel tempo, sono continuamente malmenate dal volgo, sì che ne provo sdegno, e odio quel che un giorno amai.

     

    Petrarca apprezza Dante, tuttavia ritiene che scriva meglio in volgare piuttosto che in latino:

     

    Tu mi crederai se ti giuro che mi piace l’ingegno e lo stile di quel poeta, e che di lui io non parlo mai se non con gran lode. Questo solo ho risposto a chi con più insistenza me ne domandava, che egli fu un po’ disuguale, perché è più eccellente negli scritti in volgare che non in quelli in poesia e in prosa latina; e questo neppur tu negherai, né vi sarà alcun critico di buon senso che non veda che ciò gli torna a lode e gloria.

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