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La "Didone abbandonata"

    Letteratura e teatro

    La vicenda si ispira a quella drammatica, narrata nell’Eneide di Virgilio, della regina Didone e del suo suicidio a causa del suo amore disperato per Enea. Enea è il tipico eroe metastasiano che incarna il contrasto tra amore e dovere, tra passione eroica e obbedienza agli Dei, come emerge con grande rilievo nel monologo in versi che segue lo straziante dialogo nel quale Enea confessa a Didone di essere costretto dai propri doveri a lasciarla e che conclude il primo Atto:

     

    E soffrirò che sia

    sì barbara mercede

    premio della tua fede, anima mia!

    Tanto amor, tanti doni...

    Ah! pria ch’io t’abbandoni,

    pèra l’Italia, il mondo,

    resti in oblio profondo

    la mia fama sepolta,

    vada in cenere Troia un’altra volta.

    Ah! che dissi! alle mie

    amorose follie,

    gran genitor, perdona: io n’ho rossore.

    Non fu Enea che parlò, lo disse Amore.

    Si parta... E l’empio Moro

    stringerà il mio tesoro?

    No… Ma sarà frattanto

    al proprio genitor spergiuro il figlio?

    Padre, amor, gelosia, numi, consiglio!

    Se resto sul lido,

    se sciolgo le vele,

    infido, crudele

    mi sento chiamar.

    E intanto, confuso

    nel dubbio funesto,

    non parto, non resto,

    ma provo il martire

    che avrei nel partire,

    che avrei nel restar.

    (Didone abbandonata, Atto I, sc. 18)

     

    Il linguaggio poetico che Metastasio usa nei suoi libretti eredita la chiarezza e la semplicità della poesia dell’Arcadia, ma supera gli schematismi stilistici modulando versi di grande cantabilità. Proprio grazie al melodramma, la lingua italiana ebbe una diffusione straordinaria in tutti i palcoscenici d’Europa: «Ma il gran successo letterario dell’italiano (persino fuori dei confini nazionali, com’è noto) sta nel melodramma, il genere più sintonizzato con lo spirito e il gusto del secolo. E melodramma significa sopra tutti Pietro Metastasio. La lingua di Metastasio si basa su un’adesione sostanziale a un petrarchismo diffuso, rinforzato da arcaismi e latinismi. A volte neppure riconosciuti dalla Crusca»[1].



    [1] Vittorio Coletti, Storia dell’italiano letterario. Dalle origini al Novecento, Torino, Einaudi, 1993, p. 197.

     

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