La città: una discesa agli Inferi

    Letteratura e teatro

    Renzo e Lucia, come gli eroi delle fiabe, si allontanano da casa e iniziano un lungo viaggio che si concluderà con il ritorno al paese, dove regnano la sicurezza e la pace, e con il matrimonio. I due promessi vivono le loro peripezie separatamente, lui a Milano, lei a Monza, città diverse che hanno in comune la violenza, la corruzione, l'ambiguità; per Renzo e Lucia rappresentano una discesa agli Inferi, tappa presente nel viaggio iniziatico di eroi mitici, come Ulisse ed Enea, o di grandi poeti come Dante.

     

    Il monastero di Monza, che Lucia considera un sicuro e santo rifugio, è in realtà un luogo di dolore e di tragedia, dove si è già consumato un crimine e se ne sta tramando un altro che la coinvolgerà in prima persona: il suo rapimento, organizzato con la complicità di Gertrude, la monaca a cui ha chiesto protezione e di cui si fida profondamente.

     

    Renzo, come l'“eroe cercatore”[1] delle fiabe di magia, si allontana da casa e inizia il suo viaggio che si concluderà col l'acquisizione della consapevolezza (ho imparato...), il matrimonio e la riconquista del regno perduto. Nel suo viaggio iniziatico gli Inferi sono appresentati dalla città Milano devastata alla carestia e alla peste che hanno capovolto la realtà, come in un tragico carnevale: la farina sembra neve, i pani sembrano ciottoli, la città in preda alla fame sembra il paese della cuccagna (cap.XI):

     

    Renzo entra, passa; nessuno de’ gabellini gli bada: cosa che gli parve strana, giacché, da que’ pochi del suo paese che potevan vantarsi d’essere stati a Milano, aveva sentito raccontar cose grosse de’ frugamenti e dell’interrogazioni a cui venivan sottoposti quelli che arrivavan dalla campagna. La strada era deserta, dimodoché, se non avesse sentito un ronzìo lontano che indicava un gran movimento, gli sarebbe parso d’entrare in una città disabitata. Andando avanti, senza saper cosa si pensare, vide per terra certe strisce bianche e soffici, come di neve; ma neve non poteva essere; che non viene a strisce, né, per il solito, in quella stagione. Si chinò sur una di quelle, guardò, toccò, e trovò ch’era farina.

     

    " Grand’abbondanza ", disse tra sé, " ci dev’essere in Milano, se straziano in questa maniera la grazia di Dio. Ci davan poi ad intendere che la carestia è per tutto. Ecco come fanno, per tener quieta la povera gente di campagna". Ma, dopo pochi altri passi, arrivato a fianco della colonna, vide, appiè di quella, qualcosa di più strano; vide sugli scalini del piedestallo certe cose sparse, che certamente non eran ciottoli, e se fossero state sul banco d’un fornaio, non si sarebbe esitato un momento a chiamarli pani. Ma Renzo non ardiva creder così presto a’ suoi occhi; perché, diamine! non era luogo da pani quello. " Vediamo un po’ che affare è questo ", disse ancora tra sé; andò verso la colonna, si chinò, ne raccolse uno: era veramente un pan tondo, bianchissimo, di quelli che Renzo non era solito mangiarne che nelle solennità. - È pane davvero! - disse ad alta voce; tanta era la sua maraviglia: - Così lo seminano in questo paese? In quest’anno? E non si scomodano neppure per raccoglierlo, quando cade? Che sia il paese di cuccagna questo?



    [1]   Ezio Raimondi, La ricerca incompiuta, in Il romanzo senza idillio. Saggio sui Promessi sposi, Torino, Einaudi, 1974

     

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