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Trentino e Alto Adige: testi

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    Da Giuseppe Šebesta, Fiaba - leggenda dell’alta valle del Fèrsina (Museo degli usi e costumi della gente trentina, S. Michele all’Adige, 1980, pp. 97-98):

    Le cinquecento sovrane dell’Aobis

    Nella casa di Trento il conte Mover ha posseduto, in una cassaforte, un tesoro in sovrane d’oro.

    Una notte due ladri con scale di seta hanno raggiunto la stanza del tesoro, mentre il cane di guardia è stato soddisfatto con una cagna in calore.

    Hanno forzato la cassaforte, hanno rubato le cinquecento sovrane d’oro e sono fuggiti che l’allarme era già dato. Sono stati inseguiti dagli sgherri del conte e hanno risalito il Fèrsina a mano destra.

    Dopo si sono imbattuti nell’entrata di una galleria e sono entrati finché hanno trovato una «scafa» [fessura] dopo la prima «crosara» [incontro a croce di due gallerie]. Hanno avvolto le cinquecento sovrane in una sciarpa di lana ed hanno nascosto tutto.

    Più tradi sono stati catturati e imprigionati. Uno poi ha confidato il suo segreto, in punto di morte, ad un Vigolero.

     

    Da Giuseppe Šebesta, Proverbi trentini ladini altoatesini (Roma, Bulzoni editore, 1986)

    Lo stesso proverbio in trentino e in ladino:

    Trentino: “Chi che arleva en fiol sol, l’arleva en porco; chi che ha en camp sol, el fa en bel ort [Chi alleva un figlio solo, alleva un porco; chi ha un campo solo ne fa un bell’orto, p. 25]

    Ladino: “Chi che à en ciamp zol, i fa en ort; chi che à en fiol zol, i fa en porc” [Chi ha un campo solo ne fa un orto; chi ha un figlio solo ne fa un porco, p. 167]

    Trentino: “Se ’nte na caša l’om el vadagna e la fémena la sparagna, la vita la pol esser na cucagna” [Se in una casa il marito guadagna e la moglie sparagna, la vita può essere una cuccagna, p. 30]

    Ladino: “Se l’òm peta ite col badil e la fémena peta fora col ciane amò la vene’” [Se il marito versa dentro (casa) col badile e la moglie getta fuori col mestolo, (il marito) ancora la vince, p. 171]

    Trentino: “An de nef, an de gran; an de pioza, an de dan” [Anno di neve, anno di grano; anno di pioggia, anno di danni”, p. 46]

    Ladino: “An de ploia, an de carestia; an de néi, an de pan” [Anno piovoso, anno carestoso; anno nevoso, anno fruttuoso, p. 180]

    Trentino: “La prim’aqua d’agost rinfresca ’l bosch e la fa morir i mosch” [La prim’acqua d’agosto rinfresca il bosco e fa morire le mosche, p. 71]

    Ladino: “Pióvia de Aost la sfreida el bosch” [Pioggia d’agosto rinfresca il bosco, p. 198]

     

    Da Giovanna Borzaga, Le più belle leggende del Trentino (Trento, Editori Manfrini, 1982, pp. 148-153)

    El «Mazzaròl»

    La cosiddetta valle di Primiero è formata da una serie di convalli selvagge e boscose. Il suo distretto comprende l’alta valle del Cismon, quella di Canal S. Bovo e quella di Mis.

    L’edilizia è tipicamente alpina.

    Nelle vecchie case predomina come materiale da costruzione il legno e sovente le facciate sono affrescate con dipinti di soggetto religioso.

    In passato, durante i falò si usava parlare in rima ricordando le imprese dell’Orco, del «lum del Lazer» delle «Dive», delle «Smare», delle «Guane», della «Cazza beatrich» e soprattutto del «Mazzaròl».

    Come tutti sanno «el Mazzaròl» è un ometto rosso di pelo, di pelle e di vestito, calzato con zoccoli di legno che corre continuamente qua e là comparendo a chi gli pare e quando gli piace. Le sue orme però si possono scorgere sempre. Eh! sì! Specialmente dopo una bella nevicata esse sono visibilissime. E allora, per amor di Dio, fate bene attenzione a non porvi il piede sopra che altrimenti rimarreste succubi per sempre della volontà del terribile ometto. Egli sicuramente, vi farebbe correre qua e là per poi costringervi a salire sul monte dove stanno pascolando le sue mandrie incaricandovi di custodirgliele. Con un soffio lieve cancellerebbe dalla vostra memoria il ricordo di casa e parenti, mentre, per dimostrarvi la sua amicizia, vi donerebbe di tanto in tanto un assaggio delle sue specialità: burro, formaggio e ricotta. A proposito: se gli uomini oggi sono diventati dei bravi casari lo debbono proprio a lui. Sentite un po’ come accadde. […]

    «Salute, Mazzaròl! Sono contenta di aver avuto l’occasione di conoscervi. Pensate che mi avevano parlato di voi come di un essere malignetto anzichenò, solito a far schiava la gente per aver dei pastori solerti ai propri ordini. Ora capisco benissimo che invece voi siete un bravo e simpatico ometto. Sono tanto sicura di ciò che vi prego di indicarmi la strada giusta per tornare a Primiero».

    «Volentieri», le disse il Mazzaròl. Alzatosi dallo gabellino fece l’atto di voler uscire dalla caverna. Giunto però vicino alla fanciulla le alitò prontamente in viso cancellando dalla sua mente ogni ricordo del passato. […]

    «Questo si chiama burro», disse alla ragazza di Primiero porgendogliene un pezzetto. Il sapore era veramente squisito. Sembrava che tutti i fiori dei prati avessero fatto a gara per cedere a quel … come si chiamava? … ah, sì BURRO, la loro essenza.

    Nel recipiente era però rimasto molto latte scremato.

    «Lo butto via?» domandò la fanciulla.

    «Ah! no!», protestò l’ometto. «Domattina pulirai tutto per bene. Se sarai brava, ti farò vedere come da quel latte io ricavo il formaggio».

    Il formaggio? Ecco un’altra cosa che gli uomini non avevano mai saputo fare. […]

    La ragazza, liberata non si sa come, per un momento, dall’incantesimo del Mazzaròl ricordò tutto: la sua vera vita, la prigionia subita nella caverna dell’omino. Comprese che per salvarsi non le rimaneva che fuggire, subito, prima che l’ometto rosso tornasse e potesse riaffermare il suo potere su di lei. […]

    «Torna, torna», gridava intanto l’ometto rincorrendola.

    «Torna e t’insegnerò ad estrarre la cera dal siero!» Ma la ragazza non gli diede retta. Sempre correndo giunse ai piedi del monte, attraversò i prati che circondavano il paese, arrivò in piazza, a casa sua, dove fu accolta dai genitori increduli e felici. Tutto il paese accorse. Ed a tutti lei raccontò la sua storia. Poi, quando l’euforia generale si fu sopita, quando ebbero termine i banchetti ed i balli organizzati in suo onore, la ragazza insegnò ai compaesani a ricavare il burro, il formaggio e la ricotta dal latte.

    Ma, a tutt’oggi nessuno è ancor riuscito ad estrarre la cera dal siero.

     

    Da Paolo Cagnan, Lo slang di Bolzano (Trento, Curci & Genovese, II ed. 2011)

    Riportiamo alcune voci contenute in questo piccolo dizionario che raccoglie parole di circolazione bolzanina: l’autore ha voluto così testimoniare la presenza di uno “slang” tipico di questa città, considerata priva di qualsiasi forma dialettale e locale. Se alcuni termini si ritrovano anche in altre parti d’Italia, ci sono però anche forme decisamente regionali, anzi addirittura “cittadine”, oltre a numerosi casi di parole che rivelano interferenze con il tedesco, il sudtirolese, il veneto e il trentino.

     

    Akratt?: proprio adesso?

    All’augen: dal tedesco augen-occhio, sta per “all’occhio”, ovvero “stai attento, in guardia!”

    Auf che l’è morgen: un mix di italiano e tedesco, significa “sveglia che è ora!”

    Avèrghene: veneto, “magari”.

    Bandus: time-out: nei giochi di cortile era la “tregua” di chi chiedeva di fermarsi un attimo, magari per allacciarsi i lacci delle scarpe.

    Borotalco: ragazza impalpabile, perché è bruttina o se la tira troppo (es. lascia stare, quella è borotalco).

    Braunen: cappuccino o latte macchiato (dal tedesco braun ‘marrone’).

    Che para: una questione che è fonte di preoccupazione (es. non ho neppure aperto il libro, che para); tirarsi le pare = farsi un mucchio di problemi.

    Ciapar ’na ’ngiazada: trentino, prendere un gran freddo.

    Ciunga: gomma da masticare, chewing gum (es. hai una ciunga?).

    Cruscòtt: italianizzazione spiritosa del tedesco “Grüss Gott!”, ovvero buongiorno.

    De sbighéz: di traverso, storto

    Desfakokkele: mix tra trentino e sudtirolese, sta per “colui che rompe le uova”, nel senso di “rompipalle”.

    El gà i denti spetenài: ha i denti storti.

    Essere sotto scopa: avvertimento prima di prenderle di santa ragione.

    Fago tut mi: trentino, tizio “faccio tutto io”, inteso in senso sarcastico (es. ecco, è arrivato mister fago-tutto-mi); come ritornello canzonatorio: fago mi, fago mi, fago niente, tutto el dì.

    Fare blaun: marinare la scuola, dal tedesco blau machen (machen è stato sostituito dall’italiano ‘fare’ e la n finale è la pronuncia attuale, residuo della m iniziale di machen), ‘fare vacanza’ e ‘ubriacarsi’ che deriva dal modo in cui anticamente si tingevano le stoffe di blu: l’indaco veniva disciolto nell’urina e gli operai immergevano le stoffe tra grandi bevute di birra (per aumentare la produzione di urina), era quindi quasi una vacanza, si stava all’aria aperta e si beveva birra.

    Farsi uno slego: ballare (es. Dai, facciamoci questo slego).

    Ghiaia: soldi (es. uno che ha la ghiaia = uno ricco).

    Giocare a ciodo: in uno spazio chiuso con le bici bisognava stare fermi sui pedali: chi metteva il piede a terra era squalificato: anche 20-30 partecipanti.

    Grenz: compagnia di amici, anche semplicemente “compa”.

    Haraz: gabbia di legno usata per le mele (una ventina di kg) ma anche per la legna.

    Holmittog: da halb mittag (in tedesco, metà mattina) più brunch che colazione, si faceva alle 10-10,30 con formaggio, speck, rapanelli, sgombro uova e vino, di solito direttamente nella cucina del maso; o te la portavano nei campi, quando raccoglievi mele o vendemmiavi.

    Imbiss: nome “vulgaris” del brattaro, il chiosco dei würstel.

    In che sito sito?: scioglilingua moderno, che gioca tra il sito Internet e sito forma locale per ‘sei’ (su quale sito Internet sei? Stai navigando?).

    Intorto: storia con una tipa.

    Ketchmaio: salsa rosa (kutchup più maionese) in genere con il currywurst.

    Kocis: barbiere.

    Lido: solo a Bolzano (e dintorni) è una piscina pubblica, nel resto d’Italia è uno stabilimento balneare.

    Lopez: ginocchiata sulla gamba, all’altezza della coscia, sul lato esterno (es. te tiro un lopez).

    Ludra: quasi intraducibile, detto di una donna volgare, falsa, discinta, ecc.; anche “sgualfera”.

    Moidele: la classica vècia contadina, anche “baccana”.

    Molingiana: stanchezza.

    Monoschluck: bere tutto d’un fiato, in tedesco “sorso unico”.

    Non mi rugare: non mi rompere, stammi alla larga, non è aria, ovvero lascia perdere.

    Non te me la monzi: non me la racconti (monzi sta per “mungi”).

    Nun Komma null: niente, nulla, anche “zero virgola”.

    Olles paletti: in dialetto sudtirolese sta per “tutto bene”.

    Onfri: nel gergo del brattaro era un hamburger bello unto (onto) e fritto, da cui on-fri.

    Oschpele mucchele: variante italianizzata e sarcastica, assomiglia a “porca miseria”, anche nella versione estesa “ospele muchele vachele schmutzele”.

    Pachera: escavatore, italianizzazione del tedesco “bagger”.

    Periana: termine dell’edilizia che stava per “muro di mattoni forati, “setto murario” o “soprammattone”.

    Pinza: incidente.

    Porchi: bestemmie (es. ho tirato tanti di quei porchi).

    Ridere fuori: prendere in giro, sfottere (es. tutti mi ridono fuori per le mie scarpe).

    Rocchelo / rocchello: catorcio inteso come persona (es. oggi mi sento un rocchello) o bici-moto-auto sgangherata.

    Russacco: zainetto, dal tedesco Rücksack.

    Sbalengo: storto, anche balengo.

    Stinco: ubriaco.

    Straventare: quando piove e c’è vento, per cui la pioggia bagna finestre e balconi.

    Tiracca: bretella.

    Tocciare: intingere, inzuppare il pane nel sugo; anche “pociare”.

    Trincare: bere, dal tedesco “trinken”.

    Vedèl: propriamente ‘vitello’. Si dice di sfaccendato che passa la giornata a bighellonare al bar come il più celebre vitellone.

    Verza: fortuna (es. che verza = che fortuna) ma anche incidente stradale (es. ho fatto una verza).

    Zigagno: usatissimo per ‘zingaro’.

    Zigare: in italiano è lo stridere del coniglio, ma qui sta per “urlare” (es. non sta a zigare, che te sento).

    Zorla: sbornia, ubriacatura.

    Materiali collegati