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La poetica del fanciullino

    Letteratura e teatro

    Il saggio intitolato Il fanciullino[1], composto da 20 brevi capitoli, viene pubblicato per la prima volta nel 1897 sulla rivista fiorentina Marzocco; la versione definitiva uscirà nel 1903 nella raccolta di prose Miei pensieri di varia umanità e nel 1907 Pascoli lo inserirà nella raccolta Pensieri e discorsi.

     

    In questo saggio Pascoli spiega chi è il poeta e qual è la funzione della poesia. Il poeta è un eterno fanciullo, un fanciullino, che continua a vivere in ogni uomo anche dopo la fine dell’infanzia:

     

    È dentro noi un fanciullino che non solo ha brividi, come credeva Cebes Tebano[2] che primo in sé lo scoperse, ma lagrime ancora e tripudi suoi. Quando la nostra età è tuttavia tenera, egli confonde la sua voce con la nostra, e dei due fanciulli che ruzzano e contendono tra loro, e, insieme sempre, temono sperano godono piangono, si sente un palpito solo, uno strillare e un guaire solo. Ma quindi noi cresciamo, ed egli resta piccolo; noi accendiamo negli occhi un nuovo desiderare, ed egli vi tiene fissa la sua antica serena maraviglia; noi ingrossiamo e arrugginiamo la voce, ed egli fa sentire tuttavia e sempre il suo tinnulo squillo come di campanello. Il quale tintinnio segreto noi non udiamo distinto nell’età giovanile forse così come nella più matura, perché in quella occupati a litigare e perorare la causa della nostra vita, meno badiamo a quell’angolo d’anima d’onde esso risuona (Cap. 1).

     

    Il fanciullino guarda il mondo con l’ingenuità, l’innocenza e l’intelligenza proprie di quell’età: si emoziona per motivi che non si possono comprendere con la sola ragione, coglie somiglianze e legami nuovi e imprevisti fra le cose, riversa la sua immaginazione in ogni oggetto reale trasformandolo in simbolo, inventa parole capaci di trasmettere le sue incantate e incantevoli visioni. È un fanciullo musico, perché sa comprendere l’armonia che sta dentro alle cose:

     

    Ma è veramente in tutti il fanciullo musico? Che in qualcuno non sia, non vorrei credere né ad altri né a lui stesso: tanta a me parrebbe di lui la miseria e la solitudine.[...] Egli è quello, dunque, che ha paura al buio, perché al buio vede o crede di vedere; quello che alla luce sogna o sembra sognare, ricordando cose non vedute mai; quello che parla alle bestie, agli alberi, ai sassi, alle nuvole, alle stelle: che popola l’ombra di fantasmi e il cielo di dei . Egli è quello che piange e ride senza perché, di cose che sfuggono ai nostri sensi e alla nostra ragione. Egli è quello che nella morte degli esseri amati esce a dire quel particolare puerile che ci fa sciogliere in lacrime, e ci salva. Egli è quello che nella gioia pazza pronunzia, senza pensarci, la parola grave che ci frena. Egli rende tollerabile la felicità e la sventura, temperandole d’amaro e di dolce, e facendone due cose ugualmente soavi al ricordo. Egli fa umano l’amore, perché accarezza esso come sorella (oh! Il bisbiglio dei due fanciulli tra un bramire di belve) , accarezza e consola la bambina che è nella donna. Egli nell’interno dell’uomo serio sta ad ascoltare, ammirando, le fiabe e le leggende, e in quello dell’uomo pacifico fa echeggiare stridule fanfare di trombette e di pive, e in un cantuccio dell’anima di chi più non crede, vapora d’incenso l’altarino che il bimbo ha ancora conservato da allora. Egli ci fa perdere il tempo, quando noi andiamo per i fatti nostri, ché ora vuol vedere la cinciallegra che canta, ora vuol cogliere il fiore che odora, ora vuol toccare la selce che riluce.[...] (Cap.III).

     

    Il linguaggio del fanciullino è preciso come quello di Adamo, che per primo nominò le cose, ma è anche un linguaggio capace di scoprire e stabilire legami particolari fra le cose, di creare simboli e di trasmettere emozioni profonde e universali:

     

    E ciarla intanto, senza chetarsi mai; e, senza lui, non solo non vedremmo tante cose a cui non badiamo per solito, ma non potremmo nemmeno pensarle e ridirle, perché egli è l’Adamo che mette il nome a tutto ciò che vede e sente. Egli scopre nelle cose le somiglianze e relazioni più ingegnose. Egli adatta il nome della cosa più grande alla più piccola, e al contrario. E a ciò lo spinge meglio stupore che ignoranza, e curiosità meglio che loquacità: Impicciolisce per poter vedere, ingrandisce per poter ammirare. Né il suo linguaggio è imperfetto come di chi non dica la cosa se non a mezzo, ma prodigo anzi, come di chi due pensieri dia per una parola. E a ogni modo dà un segno, un suono, un colore, a cui riconoscere sempre ciò che vide una volta. [...] (Cap.III).

     

    Il poeta, come il fanciullino, non appartiene a una particolare classe sociale, non si identifica con un’ideologia, è aldilà del tempo e dello spazio ed esprime una visione della realtà autentica, vera, priva di sovrastrutture, preconcetti e pregiudizi:

     

    Il poeta è poeta, non oratore o predicatore, non filosofo, non istorico, non maestro, non tribuno o demagogo, non uomo di stato o di corte. E nemmeno è, sia con pace del maestro, un artiere che foggi spada e scudi e vomeri; e nemmeno, con pace di tanti altri, un artista che nielli e ceselli l’oro che altri gli porga. A costituire il poeta vale infinitamente più il suo sentimento e la sua visione, che il modo col quale agli altri trasmette l’uno e l’altra. Egli, anzi, quando li trasmette, pur essendo in cospetto d’un pubblico, parla piuttosto tra sé, che a quello. Del pubblico, non pare che si accorga. Parla forte (ma non tanto!) più per udir meglio esso, che per farsi intendere da altrui. [...]

    Ora il poeta sarà invece un autore di provvidenze civili e sociali?

    Senza accorgersene, se mai. (Cap XI)

     

    Qual è allora il compito del poeta e della poesia? Consolare, rendere meno dura la vita degli uomini e risvegliare in loro il fanciullino, che ispira sentimenti di pace, amore, fratellanza. In questo consiste la sua alta missione civile:

     

    Così il poeta vero, senza farlo apposta e senza andarsene, portando, per dirla con Dante, il lume dietro, anzi no, dentro, dentro la cara anima portando lo splendore e ardore della lampada che è la poesia; è, come si dice oggi, socialista, o come si avrebbe a dire, umano. Così la poesia, non ad altro intonata che a poesia, è quella che migliora e rigenera l’umanità, escludendone, non di proposito il male, ma naturalmente l'impoetico. Ora si trova a mano a mano che impoetico è ciò che la morale riconosce cattivo e ciò che l’estetica proclama brutto. Ma di ciò che è cattivo e brutto non giudica, nel nostro caso, il barbato filosofo. È il fanciullo interiore che ne ha schifo (Cap. X)

     

    La poesia Valentino, inserita nella raccolta Canti di Castelvecchio, suggerisce un’immagine di questo fanciullo musico.



    [1] Giovanni Pascoli, Il fanciullino, a cura di G. Agamben, Milano, Feltrinelli, 1996.

    [2] Cebes Tebano è un personaggio del Fedone di Platone. Al filosofo Socrate che invita a non aver paura della morte perché l’anima continua comunque ad esistere, Cebes risponde:

    Come fossimo spauriti, o Socrate, prova a persuaderci; o meglio non come spauriti noi, ma forse c’è dentro anche in noi un fanciullino che ha timore di siffatte cose: costui dunque proviamoci di persuadere a non aver paura della morte come di visacci d’orchi.

    Questa traduzione del passo del Fedone (77 e) è la stessa che Pascoli mette in nota al saggio.

     

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