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Morfologia

    Storia linguistica d'Italia
    Sandro Botticelli (scuola), "Ritratto di Dante Alighieri"

    Sul piano morfologico, la lingua di Dante mostra una notevole polimorfia, presentando forme diverse che hanno lo stesso valore grammaticale.

     

    Nella morfologia nominale, è da segnalare anzitutto la presenza di voci tratte dai nominativi latini, come draco ‘dragone’, scorpio ‘scorpione’, sermo ‘sermone’ (e anche nomi propri, maschili, come Plato, e femminili, come Dido); in Dante accanto a imagine («l’imagini di tante umilitadi»; Pg X, 98) si trovano imago («fecer malie con erbe e con imago»; If XX, 123) e  image («usciva solo un suon di quella image»; Pd XIX, 21) e re («il re de l’universo»; If V 91) si alterna a rege («il sommo rege»; Pg XXI, 83). Accanto a nomi maschili in -o con i plurali femminili in -a, all’epoca più numerosi che nell’italiano di oggi («con piene le pugna» ‘i pugni’ If VI, 26; e ancora le anella, le castella, ecc.), abbiamo anche plurali femminili in -ora (come ramora, plurale di ramo, accanto a rami: «s’innovò la pianta / che prima avea le ramora sì sole»; Pg XXXII 59-60).

     

    Per gli articoli determinativi, c’è da ricordare anzitutto la presenza del plurale maschile li accanto alla forma palatalizzata gli, che è documentata in Dante, per es., nell’espressione, poi divenuta proverbiale, per li rami (Pg VII 121). L’alternanza tra il (anche ridotto a ’l) e lo non rispetta le regole dell’italiano di oggi, ma avviene in base alla cosiddetta “norma Gröber” (dal nome dello studioso che per primo la individuò): lo (come pure i plurali li e gli) si usa all’inizio di frase o di verso («Lo buon maestro “Acciò che non si paia / che tu ci sia”, mi disse»; If XXI 58-59) o dopo parola terminante per consonante («Non isperate mai veder lo cielo»; If III 85; quest’uso è rimasto cristallizzato nelle due espressioni avverbiali perlopiù  e perlomeno dell’italiano moderno); il (o ’l, come pure il plurale i) dopo parola terminante per vocale («L’Amor che move il Sole e l’altre stelle»; Pd XXIII 145).

     

    Nelle preposizioni articolate, il fiorentino all’epoca di Dante aveva ormai generalizzato in tutte le posizioni (non solo prima di parola iniziante per vocale accentata) le doppie (dello, nella, ecc, e non delo, nela, ecc.). Tuttavia il testo dantesco non solo presenta sistematicamente (almeno nell’edizione Petrocchi) scrizioni analitiche come de le, ecc., ma in un caso ne lo (a fine verso, con successivo enjambement) è in rima con cielo e candelo (Pd XI, 13) e in un altro ne la rima con vela e cela (Pg XVII 55), il che fa pensare che Dante adottasse intenzionalmente un uso fiorentino arcaico, quando la pronuncia intensa della laterale non si era ancora stabilizzata.

     

    Tra i pronomi personali, io si riduce spesso a i’; accanto a egli, figurano anche elli, e le forme ridotte ei ed e’, che si usano anche per i plurali (Boström 1972); il clitico oggetto indiretto di III pers. sing. è li, oltre che gli (ed è normalmente usato anche per il femminile, accanto a le, e per il plurale, accanto a loro), mentre per l’oggetto diretto maschile si alternano (con le stesse regole dell’articolo) il e lo; per il clitico di I pers. pl., accanto a ci («Caina attende chi a vita ci spense»; If V 107) si ha anche ne («Tu ne vestisti queste misere carni»; If XXXIII 62), derivato dal lat. inde (Loporcaro 1995). Nell’italiano trecentesco sono diffuse (e lo rimarranno ancora per secoli, anche nel parlato toscano) le forme meco, teco, seco (sing. e pl.) e anche nosco ‘con noi’ e vosco ‘con voi’. Per i possessivi, l’italiano antico ha la possibilità (rimasta poi solo nei dialetti meridionali) di servirsi di forme clitiche posposte a nomi prevalentemente di parentela (fratelmo ‘mio fratello’ e mogliata/moglieta ‘tua moglie’ in Boccaccio; signorso ‘il suo padrone’ in Dante, ecc.)     

     

    Per quanto riguarda i dimostrativi, da segnalare la presenza dell’aggettivo esto (lat. ĭstum) accanto a questo («esta selva selvaggia»; If I, 5) e del pronome/aggettivo cotesto/codesto, la cui diffusione, nell’italiano di oggi, è molto ridotta fuori di Toscana. Tra gli indefiniti, altrui ha non solo il valore, etimologico, di oggetto indiretto ‘a un altro, ad altri’ («ch’io la veggia e ch’i’ la mostri altrui»; Pg XVI, 62), ma anche quello di oggetto diretto ‘un altro, altri’ («pianeta / che mena dritto altrui per ogne calle»; If I, 18), di soggetto di una infinitiva dipendente da verbi modali («non lascia altrui passar per la sua via»; If I, 95), di complemento di specificazione ‘di un altro, di altri’ («Tu proverai sì come sa di sale / lo pane altrui»; Pd  XVII 58-59). Da segnalare anche niuno, a lungo preferito in prosa a nessuno, e veruno.

     

    Tra i numerali, oltre al citato diece, vanno ricordate le forme duo (in poesia), dicessette, dicennove, dugento, milia, rimaste ancora a lungo vitali.  

     

    I paradigmi verbali sono molto complessi, nel senso che la polimorfia è qui particolarmente abbondante. I tratti principali che caratterizzano il fiorentino dell’età di Dante rispetto allo standard attuale sono i seguenti:

     

    1) specie nella I pers. del presente indicativo e nel congiuntivo, l’uso trecentesco offre forme che presentano la normale evoluzione fonetica e che successivamente sono state sostituite da quelle analogiche al resto del paradigma, rimanendo confinate nella lingua poetica per poi uscire dall’uso: così veggio (e veggo), chieggio (e chieggo), caggia, attestato in Dante accanto a cada; nel verbo avere, al presente, oltre a ho, Dante usa anche aggio (così come, al congiuntivo, aggi, aggia e anche aia e all’imperativo aggi) e, isolatamente, la forma aretina abbo (If XXXII 5, in rima con gabbo e babbo); accanto a può, sempre in Dante, si hanno anche puote, pote e po’;

     

    2) al passato remoto ebbi si può ridurre a èi;

     

    3) il verbo essere presenta al futuro, accanto a sarò, anche fia, fiano (con le varianti fie e fieno), che può avere anche il valore di congiuntivo presente;

     

    4) notevoli le alternanze nelle forme del passato remoto: accanto a  vidi c’è anche viddi, a tacqui si alterna tacetti;

     

    5) la II pers. sing. del presente indicativo di essere è e non sei; le edizioni dei testi antichi hanno sempre reso la forma con se’ pensando a una riduzione del dittongo, fino al definitivo chiarimento di Castellani (1999), il quale ha dimostrato che la i fu introdotta posteriormente;

     

    6) la II pers. sing. del presente indicativo dei verbi della I coniugazione esce ancora in -e oltre che in -i (guarde, pense);

     

    7) la I pers. pl. del presente indicativo è in -iamo per tutte le classi verbali, come nello standard di oggi (è questo uno dei tratti che rivela la “fiorentinità” dell’italiano), ma non mancano affatto nei testi dell’epoca (in Dante e anche in Petrarca, dove anzi sono esclusive) le desinenze originarie, in  particolare -emo per verbi della II coniugazione (solemo, vedemo, volemo);

     

    8) la I pers. sing. dell’imperfetto indicativo esce in -a (io amava); l’uscita in -o, analogica al presente, si diffuse a Firenze solo posteriormente a Dante e si affermò in italiano solo nell’Ottocento, anche grazie a Manzoni;

     

    9) nello stesso tempo, nei verbi della II e della III coniugazione si alternano forme con -v- (diceva, sentiva) e forme con dileguo della consonante (dicea, sentia); in Dante la terminazione in -ia si registra anche in verbi della II coniugazione (avia) e nelle forme di III pers. sing. e pl. seguite da pronomi clitici -ia passa a -ie (potiesi ‘si poteva’; facieno ‘facevano’); il fenomeno, del resto, avviene anche in altre forme verbali, come il presente congiuntivo (fieno, sieno e già citati dieno e stieno);

     

    10) le III pers. sing. del passato remoto “debole” (cioè accentato sulle desinenze) dei verbi della II e III coniugazione presentano ancora le desinenze -eo, -io accanto a , (poteo accanto a poté, appario accanto ad apparì);

     

    11) particolarmente ricca è la polimorfia delle III pers. pl. del passato remoto (Nencioni 1953-1954); nelle forme “deboli” le desinenze -aro, -ero, -iro (poetaro, potero, udiro) si alternano a quelle, analogiche al presente, in -arono, -erono, -irono (queste ultime in Dante non compaiono mai in rima e sono sempre apocopate: ammiraron, udiron); occasionalmente, nei verbi della I classe in Dante si ha anche la desinenza sincopata -arno (portarno, in rima); nelle forme “forti” (così come nelle forme dell’imperfetto congiuntivo e del condizionale) prevale invece l’uscita etimologica in -ero (dissero), ma si hanno anche forme in -ono, sempre modellate sul presente, come dissono ‘dissero’ oppure in -oro (ebboro);

     

    12) la II pers. sing. del presente congiuntivo dei verbi della II e III coniugazione può essere ancora in -e (diche, intende), oltre che in -i (abbi, facci, credi, eschi) e in -a (faccia, goda);

     

    13) la I pers. sing. dell’imperfetto congiuntivo è in -e oltre che in -i (io fosse, io posasse);

     

    14) la I e la II pers. pl. dell’imperfetto possono presentare le desinenze assimilate -avamo-avate anche nei verbi della II classe (avavamo, credavate, «Noi leggiavamo un giorno per diletto», If V 127).

     

    I testi letterari dal Duecento in poi, e in particolare la Commedia dantesca, accolgono inoltre anche forme verbali non fiorentine, di cui quelle più significative sono le seguenti:

    -  accanto al condizionale in -ei (vorrei) si ha la forma in -ia (vorria), di tradizione siciliana (ma diffusa anche in area mediana e nella Toscana orientale), particolarmente frequente nella III pers. pl. (avrien ‘avrebbero’); nel caso del verbo essere, oltre a sarebbe e a saria, si trova anche la forma fora, derivata dal piuccheperfetto latino e anch’essa di ascendenza siciliana;

    -  nel presente indicativo, la III pers. pl. può presentare la terminazione in -eno (facen ‘fanno’), oppure la semplice aggiunta di -no alla forma di III pers. sing. (ènno ‘sono’, ponno ‘possono’);

    - anche nel passato remoto indicativo ci sono forme della III pers. pl. formate con la semplice aggiunta di -no alla III pers. sing. (apparinno, terminonno ‘terminarono’, dienno ‘diedero’, fenno ‘fecero’, documentato accanto a fero e feron).