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"Intervista immaginaria": Montale parla di sé

    Letteratura e teatro

    Nell'Intervista immaginaria pubblicata nella rivista La rassegna letteraria n.1 gennaio 1946 (oggi in Eugenio Montale, Sulla poesia, Milano, Mondadori, 1976) Montale parla di sé rispondendo alle domande di un immaginario intervistatore di nome di Marforio. Gli antichi romani chiamavano Marforio una gigantesca statua che forse rappresentava il fiume Tevere; sopra a questa statua, collocata nel foro di Marte (Marforio = Martis forum) venivano affissi scritti anonimi di carattere satirico.

     

    Nell'Intervista le domande non figurano e sono sostituite da puntini di sospensione (…) ma si possono dedurre facilmente dalle risposte di Montale. Il poeta ripercorre le tappe della sua vita di artista alla perenne ricerca di una lingua vicino alla musica e lontana da ogni retorica, fornendo anche spiegazioni e chiarimenti riguardo alle principali raccolte in versi.

    Riportiamo di seguito alcuni passaggi significativi che riguardano Ossi di seppia e Le Occasioni.

     

    Su Ossi di seppia:

     

    Quando cominciai a scrivere le prime poesie degli Ossi di seppia avevo certo un'idea della musica nuova e della nuova pittura. Avevo sentito i Ministrels di Debussy, e nella prima edizione del libro c'era una cosetta che si sforzava di rifarli: Musica sognata[1]. E avevo scorso gli Impressionisti del troppo diffamato Vittorio Pica[2]. Nel '16 avevo già composto il mio primo frammento tout entier à sa proie attaché [3]: Meriggiare pallido e assorto (che modificai più tardi nella strofa finale). La preda era, s'intende, il mio paesaggio.

     

    Ero consapevole che la poesia non può macinare a vuoto… un poeta non deve sciuparsi la voce solfeggiando troppo... non bisogna scrivere una serie di poesie là dove una sola esaurisce una situazione psicologicamente determinata, un'occasione. In questo senso è prodigioso l'insegnamento di Foscolo, un poeta che non s'è ripetuto mai.

     

    Scrivendo il mio primo libro ubbidii a un bisogno di espressione musicale. Volevo che la mia parola fosse più aderente di quella degli altri poeti che avevo conosciuto... All'eloquenza della nostra vecchia lingua aulica volevo torcere il collo, magari a rischio di una controeloquenza.

     

    Negli Ossi di seppia tutto era attratto e assorbito dal mare fermentante, più tardi vidi che il mare era dovunque, per me, e che persino le classiche architetture dei colli toscani erano anch'esse movimento e fuga. E anche nel nuovo libro ho continuato la mia lotta per scavare un'altra dimensione nel nostro pesante linguaggio polisillabico, che mi pareva rifiutarsi a un'esperienza come la mia... Ho maledetto spesso la nostra lingua, ma in essa e per essa sono giunto a riconoscermi inguaribilmente italiano: e senza rimpianto.

     

    Su Le Occasioni:

     

    Non pensai a una lirica pura nel senso ch'essa ebbe anche da noi, a un gioco di suggestioni sonore; ma piuttosto a un frutto che dovesse contenere i suoi motivi senza rivelarli, o meglio senza spiattellarli. Ammesso che in arte esista una bilancia tra il di fuori e il di dentro, tra l'occasione e l'opera-oggetto bisognava esprimere l'oggetto e tacere l'occasione-spinta. Un modo nuovo, non parnassiano, di immergere il lettore in medias res, un totale assorbimento delle intenzioni nei risultati oggettivi.

     

    Le “Occasioni”erano un'arancia, o meglio un limone a cui mancava uno spicchio: non proprio quello della poesia pura nel senso che ho indicato prima, ma in quello… della musica profonda e della contemplazione. Ho completato il mio lavoro con le poesia di Finisterre che rappresentano la mia esperienza, diciamo così, petrarchesca. Ho proiettato la Selvaggia o la Mandetta o la Delia[4] (la chiami come vuole) dei Mottetti sullo sfondo di una guerra cosmica e terrestre, senza scopo e senza ragione, e mi sono affidato a lei, donna o nube, angelo o procellaria. Si tratta di poche poesie, nate nell'incubo degli anni '40-42, forse le più libere che io abbia mai scritte.



    [1]La poesia ha questo titolo solo nella prima edizione di Ossi di seppia; dall'edizione del 1977 porta il titolo Ministrels.

    [2]Critico d'arte di origine napoletana (1864 -1930), fu tra i primi a far conoscere l'Impressionismo in Italia

    [3]È una citazione dalla tragedia Phèdre, dello scrittore francese Racine (1677): tutto rivolto alla preda

    [4]Sono donne amate e cantate dai poeti Cino da Pistoia (Selvaggia), Guido Cavalcanti (Mandetta) e Maurice Scève (Delia)

     

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