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Il "Decameron": una difficile fortuna

    Letteratura e teatro

    Le opere in latino di Boccaccio hanno un successo immediato negli ambienti umanistici, mentre per un lungo periodo il Decameron si diffonde solo all’interno del mondo borghese e mercantile perché gli uomini di cultura non approvano l’uso del volgare e disdegnano la letteratura di intrattenimento. Petrarca, grande amico dello scrittore, tradurrà in latino la novella di argomento nobile e tragico che ha per protagonista Griselda (X, 10).

     

    I manoscritti

    Il Decameron non compare nelle grandi biblioteche del Trecento; i mercanti e i borghesi, invece, si identificano con i personaggi delle novelle e, per avere l’opera, la copiano di propria mano, spesso modificando il testo per adattarlo alle loro esigenze; per questo i codici che contengono il Decameron sono in materiali poveri e privi di miniature. Si contano almeno 98 manoscritti; fra questi gli studiosi ne hanno indentificati tre come autografi di Boccaccio:

     

    - il codice Hamilton 90, una pergamena del 1370 che si trova presso la Staatsbibliothek di Berlino, 

    - il Laurenziano Pluteo XLII 1, siglato Mn, della Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze, risalente al 1384

    - il Parigino italiano 482 , siglato P, della Bibliothèque Nationale di Parigi, (siglato P), che contiene 17 disegni a penna opera di Boccaccio (seconda metà del XIV).

     

    Il successo in Europa

    Franco Sacchetti (1332- 1400), nell’introduzione alle sue Trecentonovelle scrive che il Decameron è tanto divulgato e richiesto che fino in Francia e in Inghilterra l’hanno ridotto alla loro lingua. Una testimonianza di questo successo sono i Canterbury Tales di Geoffrey Chaucer (1388) sicuramente ispirati al Decameron.

    Nel 1411 il poeta Laurent de Premierfait è autore della prima edizione del Decameron in lingua francese. Per farsi aiutare nella traduzione, de Premierfait chiese aiuto al frate Antonio d’Arezzo, che conosceva sia la lingua parlata da Boccaccio sia il fiorentino. Il frate gli procurò un testo del Decameron scritto in latino, che svolse la funzione di tramite fra il volgare italiano e il francese.

    La regina Margherita di Navarra (1492 – 1549) scrive in francese Heptameron (Sette giornate), una raccolta di 72 novelle, rimasta incompiuta e pubblicata dopo la sua morte. L’autrice dichiara apertamente nel prologo di prendere a modello il Decameron e racconta la storia di 10 viaggiatori che, verso la fine di settembre, bloccati dalla pessima stagione, dopo varie avventure, si ritrovano sui Pirenei, nell’abbazia di Nostra Signora di Serrance, lungo la via del pellegrinaggio verso Santiago di Compostella. In attesa che il tempo permetta loro di ripartire, i dieci viaggiatori decidono di ripetere lo stesso piacevole intrattenimento del narrare storie sperimentato nelle Cento novelle del Boccaccio, novissimamente tradotte dall’italiano in lingua francese.

    Anche nelle Novelas ejemplares di Cervantes (1613) si trovano riferimenti all’opera di Boccaccio

     

    In Italia: fasi alterne e complesse

    Nel Quattrocento in Italia fra gli ammiratori di Boccaccio figurano Lorenzo il Magnifico, che lo definisce dottissimo e facundissimo, <a href="/fir<p>Nel Quattrocento in Italia fra gli ammiratori di Boccaccio figurano <a data-cke-saved-href=" node="" 3043"="">Lorenzo il Magnifico, che lo definisce dottissimo e facundissimo, Angelo Poliziano, Luigi Pulci e Matteo Maria Boiardo.

     

    Il periodo di maggior successo del Decameron è però il Cinquecento, quando Pietro Bembo[1], nelle Prose della volgar lingua (1525), propone quest’opera come modello di lingua letteraria. Da questo momento il Decameron diventa punto di riferimento obbligatorio per la prosa, come Petrarca lo è per la poesia.

     

    La fine del secolo segna però un nuovo periodo di crisi per l’opera di Boccaccio. Nel 1558 la Congregazione della sacra romana e universale Inquisizione, per volere il papa Paolo IV Carafa, crea l’Indice dei libri proibiti[2], cioè l’elenco delle pubblicazioni  di cui si vietava la lettura e la diffusione nei paesi cattolici. Fra questi, alla lettera B, figura anche il Decameron.

     

    Ma il capolavoro di Boccaccio, grazie alla notorietà e al grande interesse linguistico, continua a circolare. Così nel 1573 l'Inquisizione incarica alcuni esperti fiorentini (I Deputati)[3] di rassettare l’opera, cioè di eliminare tutte le parole e le frasi ritenute immorali e le parti che contengono accuse e critiche nei confronti del clero. Per il loro lavoro i Deputati fanno riferimento al codice Lauenziano Pluteo, che definiscono ottimo[4]. Il 7 agosto, a Firenze, i fratelli Giunti stampano l’edizione epurata, detta dei Deputati, in cui compare il Decameron ricorretto in Roma et emendato secondo l’ordine del Sacro Concilio di Trento. Di lì a poco però l’Inquisizione proibì anche questa.

     

    Nel 1582, Leonardo Salviati cura una nuova rassettatura (edizione censurata) dell’opera di Boccaccio: mentre i Deputati avevano tagliato parti del testo, Salviati lo modifica e lo interpreta con note e osservazioni che riguardano ben 52 novelle.

     

    Nel Seicento l’influenza della Controriforma, la critica alla tradizione e lo scarso interesse per la novellistica portano a un rifiuto del Decameron sia per lo stile, ritenuto artificioso, sia per i contenuti.

     

    Bisogna attendere il Settecento perché Boccaccio recuperi la sua importanza e il Decameron venga osservato con occhi nuovi, superando la polemica religiosa e moralistica: monsignor Giovanni Bottari[5] (1689 –1775) e Domenico Maria Manni[6] (1690-1780) affermano che le pagine ritenute licenziose e offensive nei confronti della Chiesa intendono solo denunciare le colpe di alcuni suoi rappresentanti e sono circoscritte a fatti storici ben precisi.

     

    Nei due secoli successivi Ugo Foscolo (1778-1827) e soprattutto Francesco De Sanctis  (1817 -1883) gettano le basi della critica moderna riguardo all’opera di Boccaccio. Foscolo inquadra storicamente la prosa del Decameron mettendola in rapporto a testi della stessa epoca; De Sanctis pone il problema dell’unità del testo e individua il motivo ispiratore del Decameron nella rappresentazione realistica del mondo, definendolo per questo commedia umana.

    Nel Novecento Vittore Branca[7], dimostra l'autografia del codice Hamilton. Il suo Giovanni Boccaccio, Decameron, Edizione critica secondo l’autografo Hamiltoniano (Firenze 1976), è considerato anche oggi il testo critico più affidabile.

     

    Sempre Vittore Branca, in studi più recenti[8] rivaluta il codice Parigino italiano 482: attribuisce a Boccaccio le illustrazioni che esso contiene e propone un’edizione critica che tenga conto delle due diverse redazioni del Decameron. In Italia, la critica moderna mostra oggi particolare interesse per le opere giovanili di Boccaccio, viste come testimonianza del suo lungo e complesso itinerario di studioso e di artista.



    [1] Pietro Bembo (1470-1547), grammatico, scrittore e umanista, stabilì le regole della lingua italiana, modellandola sull’uso dei principali scrittori toscani del Trecento.

    [2] Queste le indicazioni dell’Inquisizione: «Per niun modo si parli in male o scandalo de' preti, frati, abbati, abbadesse, monaci, monache, piovani, provosti, vescovi, o altre cose sacre, ma si mutino lj nomi; o si faccia per altro modo che parrà meglio». L’Indice, continuamente aggiornato dai successori di Paolo IV, è stato abolito solo dal Concilio Vaticano II (1962).

    [3] Non è stato stabilito con certezza se i Deputati fossero tre (Vincenzo Borghini, Pierfrancesco Cambi, Sebastiano Antinori) o quattro (Vincenzo Borghini, Sebastiano Antinori, Agnolo Guicciardini e Antonio Benivieni). Vincenzo Borghini, filologo e storico, è comunque riconosciuto come il promotore della censura del Decameron.

    [5] Bibliotecario dei Corsini, la nobile famiglia originaria di Firenze da cui proveniva il papa Clemente XII (1652-1740).

    [6] Erudito fiorentino, filologo e membro dell'Accademia della Crusca.

    [7] Filologo e critico letterario, fra i maggiori studiosi di Boccaccio (1913-2004).

    [8] V. Branca-M. Vitale, Il capolavoro del Boccaccio e due diverse redazioni, Venezia 2002.

     

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