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Dallo "Jacopo Ortis": l’appello al lettore, la prima lettera e l’epilogo

Letteratura e teatro

L’appello al Lettore

La prima parte del romanzo inizia con l’appello al Lettore di Lorenzo Alderani, l’amico di Jacopo, destinatario delle sue lettere. Lorenzo le raccoglie e, dopo il suicidio di Jacopo, le pubblica per rendere omaggio all’amico che è stato un esempio di virtù coltivata senza alcun interesse o ambizione (virtù sconosciuta). Questa espressione rimanda al dialogo di Vittorio Alfieri Della virtù sconosciuta dove lo scrittore immagina di parlare con Francesco Gori Gandellini, un commerciante di seta appassionato di arte e di letteratura, che aveva conosciuto durante un viaggio a Siena. Gori Gandellini era diventato uno dei suoi pochi, cari amici di Alfieri, che nelle sue memorie lo descrive come uomo di senno, giudizio, gusto e cultura (Vita). Alfieri avrebbe voluto dare alle stampe il Saggio d’istoria pittorica sanese scritto dall’amico, facendolo precedere da una biografia dell’autore, ma Gori, di carattere riservato e schivo, fu sempre contrario alla pubblicazione.

 

Lorenzo, quindi, addita l’amico Jacopo come esempio di nobiltà d’animo, chiede per lui rispetto e compassione e termina il suo appello citando i versi (Purgatorio, canto I) con cui Virgilio presenta Dante (che va cercando la libertà dal peccato) a Catone, suicida per non dover subire la dittatura di Cesare (vv 71-72).

 

Al lettore

Pubblicando queste lettere, io tento di erigere un monumento alla virtù sconosciuta; e di consecrare alla memoria del solo amico mio quelle lagrime, che ora mi si vieta di spargere su la sua sepoltura. E tu, o Lettore, se uno non sei di coloro che esigono dagli altri quell’eroismo di cui non sono eglino stessi capaci, darai, spero, la tua compassione al giovine infelice dal quale potrai forse trarre esempio e conforto.

Lorenzo Alderani

 
Libertà va cercando, ch’è sì cara,

come sa chi per lei vita rifiuta.

 

La prima lettera

Jacopo lascia la sua città e si rifugia sui colli Euganei per sottrarsi alle persecuzioni politiche; la madre e l’amico Lorenzo rimangono a Venezia. Questa prima lettera viene scritta a Lorenzo pochi giorni prima della firma ufficiale del trattato di Campoformio (17 ottobre 1796) che ratificherà la fine della Repubblica di Venezia. È una lettera dai toni intensi e incalzanti che hanno lo scopo di stabilire un contatto immediato fra il lettore e il protagonista, sconvolto dal tradimento di Napoleone e dalla disfatta dei patrioti.

 

Da’ colli Euganei, 11 Ottobre 1797

Il sacrificio della patria nostra è consumato: tutto è perduto; e la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure, e la nostra infamia. Il mio nome è nella lista di proscrizione, lo so: ma vuoi tu ch’io per salvarmi da chi m’opprime mi commetta a chi mi ha tradito? Consola mia madre: vinto dalle sue lagrime le ho obbedito, e ho lasciato Venezia per evitare le prime persecuzioni, e le più feroci. Or dovrò io abbandonare anche questa mia solitudine antica, dove, senza perdere dagli occhi il mio sciagurato paese, posso ancora sperare qualche giorno di pace? Tu mi fai raccapricciare, Lorenzo; quanti sono dunque gli sventurati? E noi, purtroppo, noi stessi italiani ci laviamo le mani nel sangue degl’italiani. Per me segua che può. Poiché ho disperato e della mia patria e di me, aspetto tranquillamente la prigione e la morte. Il mio cadavere almeno non cadrà fra le braccia straniere; il mio nome sarà sommessamente compianto da’ pochi uomini, compagni delle nostre miserie; e le mie ossa poseranno su la terra de’ miei padri.

 

A conferire drammaticità al testo concorrono alcuni accorgimenti, tipici dello stile di Foscolo:

  • i periodi molto brevi, con struttura sintattica semplice (Il sacrificio della patria nostra è consumato: tutto è perduto; Il mio nome è nella lista di proscrizione, lo so;Per me segua che può;Il mio cadavere almeno non cadrà fra le braccia straniere);
  • la ripetizione e la triplicazione: tre soggetti scandiscono il primo periodo (il sacrificio, tutto, la vita) e l’ultimo (il mio cadavere, il mio nome, le mie ossa), dove l’aggettivo viene ripetuto tre volte;
  • interrogazioni introdotte dall’avversativa (ma vuoi tu? Ma dovrò io?);
  • le espressioni enfatiche (vinto dalle sue lagrime; il mio sciagurato paese; mi fai raccapricciare; ho disperato) o di grande impatto espressivo (ci laviamo le mani nel sangue; il mio cadavere non cadrà fra braccia straniere; le mie ossa poseranno su la terra de’miei padri)

 

L’epilogo

Jacopo si uccide la notte del 25 marzo. In una lettera scritta a Lorenzo in quello stesso giorno ha indicato le sue ultime volontà, che verranno rispettate:

Fa’ ch’io sia sepolto, così come sarò trovato, in un sito abbandonato, di notte, senza lapide, sotto i pini del colle che guarda la chiesa. Il ritratto di Teresa sia sotterrato col mio cadavere.

 

Il romanzo termina con il racconto di Lorenzo che descrive il ritrovamento di Jacopo, ormai prossimo alla morte, e il suo funerale:

Lo trovò steso sopra un sofà con tutta quasi la faccia nascosta fra’ cuscini: immobile, se non che ad ora ad ora anelava. S’era piantato un puguale sotto la mammella sinistra ma se l’era cavato dalla ferita, e gli era caduto a terra. Il suo abito nero e il fazzoletto da collo stavano gittati sopra una sedia vicina. Era vestito del gilè, de’ calzoni lunghi e degli stivali; e cinto d’una fascia larghissima di seta di cui un capo pendeva insanguinato, perché forse morendo tentò di svolgersela dal corpo. Il signore T*** gli sollevava lievemente dal petto la camicia, che tutta inzuppata di sangue gli si era rappressa su la ferita. Jacopo si risentì; e sollevò il viso verso di lui; e riguardandolo con gli occhi nuotanti nella morte, stese un braccio, come per impedirlo, e tentava con l’altro di stringergli la mano - ma ricascando con la testa su i guanciali, alzò gli occhi al cielo, e spirò.

 

Non so come ebbi tanta forza d’avvicinarmi e di porgli una mano sul cuore presso la ferita; era morto, freddo. Mi mancava il pianto e la voce; ed io stava guardando stupidamente quel sangue: finché venne il parroco e subito dopo il chirurgo, i quali con alcuni famigliari ci strapparono a forza dal fiero spettacolo. Teresa visse in tutti que’ giorni fra il lutto de’ suoi in un mortale silenzio. - La notte mi strascinai dietro al cadavere che da tre lavoratori fu sotterrato sul monte de’ pini.

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