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Calabria: testi

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    da Corrado Alvaro, L’amata alla finestra, Torino, Buratti, 1929. (Brano tratto dall’edizione a cura di G. Pampaloni e C. De Marchi, Milano, Bompiani, 1990, pp. 137-142)

     

    Alfabeto

    Quand’ero ragazzo, ricordo, mio padre teneva un cassetto pieno di sillabarii e quaderni che regalava di quando in quando a qualche contadino o pastore che volesse imparare a leggere. Teneva anche una scatola di pennini di quelli fatti a forma di mano chiusa, con la punta a forma di dito, per scrivere. I sillabarii costavano allora da tre a cinque soldi. Era uso allora, di farsi regali nei giorni di festa, di fare saggiare al vicino il vino nuovo che si era fatto, o i primi frutti della stagione. Quando veniva qualcuno che mostrasse di aver disposizione a imparare, mio padre gli diceva: «Aspetta. Ti voglio regalare un bel sillabario». La cosa divenne di moda. Certe sere, specialmente il sabato, si sentiva gente che in fondo alle scale, senza ardire di mostrarsi, gridava: «Mi date un sillabario per tre uova?». Qualcuno chiedeva: «Mi prestate un giornale perché voglio vedere se so leggere?» ̶ «Ma tu sai leggere?» diceva mio padre. ̶ «Non so ancora. Proverò». Del resto, non serviva a nulla sapere leggere, a quel tempo, quando io ero ragazzo. In paese, a cercarla, non c’era una sola parola scritta né sui muri né sulle botteghe. C’era un banditore che gridava da tre punti diversi i decreti del Comune e gli avvisi dei bottegai. Ma siccome molti pensavano di emigrare, altri di arruolarsi per diventare almeno caporali, cominciò la gente a voler imparare qualche cosa di quello che sta sulla carta, nei lunghi ozii delle montagne, nelle tane e nelle grotte, accanto agli animali. Accaddero alcuni fenomeni: c’era uno che sapeva leggere e non sapeva scrivere; un altro non sapeva decifrare alcune lettere difficili. Bisogna capire che cosa significa in una contrada dove tutto è concreto, chiaro, morte e vita, padrone e servo, amore e odio, trovarsi davanti a quell’astrazione che sono le lettere dell’alfabeto. I nobili avevano perseguitato un povero maestro che dovette andare a insegnare altrove.

     

    Arrivava di quando in quando, con lo stagnino, il ceraio, il vasaio, anche un maestro ambulante, maestro Castagna. Chi voleva imparare, gli dava alloggio e vitto e non lo mandava via a mani vuote. Dicevano che quest’uomo sapesse leggere tutti i libri, quelli grossi e quelli smilzi, quelli cubitali e quelli minuti come le vicende delle formiche. Con un’ombrella e una bisaccia, già canuto quando io lo vidi, un viso da contadino smesso, due occhi malinconici e pronti da uomo di lettere, girava a piedi le montagne.

     

    Non gli mancavano buone accoglienze, come a un povero angelo, sovrattutto nel tempo delle feste quando tutti erano a casa. Se ne andava via con la bisaccia un po’ gonfia di formaggi e di uova, dopo qualche giorno di lezione. Aveva un buon metodo, a quanto ricordo. Doveva insegnare a riconoscere le lettere e poi a pronunziarle. A pensarci bene, non c’è una ragione al mondo perché la lettera I, per esempio, sia proprio pronunziata stringendo i denti e abbassando la lingua sul palato anziché aprendo la bocca e ritirando la lingua in dentro. Son cose, queste, intese fra noi, convenzioni e patti che non abbiamo mai pensato di mettere in dubbio. Ma per un pastore, per cui è chiara e logica l’esistenza di Dio, questa faccenda appare arbitraria e puramente convenzionale. Per il maestro ambulante la lettera U era «quella con le corna», e si pronunziava muggendo: Uuh! In coro, la riconoscevano tutti, come se appartenesse a ognuno, e tutti insieme, seduti in terra, davanti al cartone bianco su cui era tracciata, mugghiavano: Uuh! Ma se passava ancor sotto i loro occhi, la chiamavano: «quella con le corna», ed era difficile convincerli che si pronunziava uuh in ogni caso, e dovunque la si incontrasse. E i numeri. Il numero 4 era detto «la sedia». Si formarono in breve dei pregiudizi sull’alfabeto. Quando qualcuno veniva in casa, e vedeva me che leggevo il sillabario, contento di rivedere le parole staccate: Ruota, Arancio, Fiore, che per me erano fatti veri come le cose stesse, mi guardavano come si guarda chi sogna e vede qualche cosa di là.

    Una volta venne da noi un contadino semplicione che aveva due o tre lezioni da maestro Castagna. Aveva vent’anni ed era reputato generalmente uno sciocco. Forse lo era. […] Si chiamava Ciro. […] Qui stava Ciro, e non pareva più uno sciocco perché, contadino nato, capiva le piante e la terra come le madri capiscono i figli. E qui, seduto all’ombra d’un sorbo amico della sua infanzia, leggeva. […]

     

    Ciro leggeva. […] Aveva adottato il sistema di maestro Castagna, ma in qual modo? Leggeva le lettere una per una, come se ognuna fosse un’immagine a sé. Non ci nascose un certo disappunto per non essere riuscito a trovare un senso in tutta la pagina. «La pila, il fulmine, l’occhio» diceva a voce alta, come se parlasse di soprassalto nel sogno. Poi m’invitò a leggere per vedere, disse, se indovinavo. Io guardai la pagina e dissi: «È molto semplice. Qui dice: L’asino è paziente». Egli rimase sconcertato. «Soltanto questo? Oh, no! – diceva. Oh, no! Non è possibile. Chi non sa queste cose? Che bisogno c’è di metterle sui libri? Oh, no! Così poco, così poco?» Mio padre confermò la sentenza. La frase era quella e niente più. «Ma tu ci puoi scrivere delle cose più difficili e più belle». Allora non capì del tutto. Chiuse il libro, deluso come un amico tradito. Ci seguì nell’orto. Forse rivedeva le cose intorno a lui come la verità vera e sicura del mondo, la sola. Forse ebbe compassione di noi che avevamo imparato una cosa così semplice come quella di leggere, invenzione degli uomini e non rivelazione di Dio. Ma prima di lasciarci, quando le due ceste dell’arance furono piene e caricate sull’asino, ci domandò salutandoci: «Avete detto davvero? Non avete scherzato?» Sedette al sole invernale che entrava nella valle come attraverso un cristallo. E per un poco non seppe che fare.

     

    Su Angela Bubba, La casa: http://scrittinediti.wordpress.com/2009/09/29/angela-bubba-la-casa/

     

    da Carmine Abate, L’idolo lontano lontano, 1984. Tratto da L’italiano nelle regioni, testi e documenti, a cura di Francesco Bruni, Torino, UTET, 1994, pp. 787-788)

     

    Come nella favola del piccolo cece, come in ogni favola, il tempo era immobile solo in apparenza. In realtà volava. E volava la mia infanzia agrodolce. Frequentavo la quarta elementare con altri ventiquattro bambini, quasi tutti come me, figli di germanesi: i papà erano lontani lontani, cioè, e adesso lo sapevamo bene, in Germania. Lì erano andati, tutti lì, al ritorno dalla Francia, perché in Francia si lavorava sottoterra e la terra poteva crollare, dicevano, e loro volevano morire, semmai, all’aria aperta. Una mattina partirono tutti, con i contratti in mano. Mi sembra ieri: era come un giorno di festa e non si era né tristi, né allegri, qualcuno parlava e qualcuno persino rideva o piangeva. Quel mondo lontano lontano era lì, sulla carta geografica appesa al muro, tra la cattedra e la lavagna, e nel libro di geografia. Ognuno di noi cercava la città del proprio papà e ne trapuntava il nome di rosso: Ludwigshafen, Amburgo, Francoforte… Conoscevamo la geografia della Germania meglio della maestra.

     

    «Lo sapete, signora maestra, che a Ludwigshafen c’è una fabbrica grande almeno cinque volte Carfizzi, dove producono colori, cassette per registratori e roba chimica?»

     

    «E lo sapete, signora maestra, che Amburgo è la seconda città della Germania e ha un porto enorme sulla riva dell’Elba, a cento chilometri dal mare?»

     

    «E lo sapete che i tedeschi si ubriacano da venerdì sera a domenica notte e poi lunedì vanno puntuali al lavoro?»

    Sapevamo mille cose sulla Germania, noi, i figli dei germanesi. Ed ogni giorno a scuola parlavamo dei regali dei papà ed ogni sera con le mamme dei regali dei papà ‘se fai il bravo’ ma ‘se fai il cattivo…’.

     

    Ma mio padre non mi ha mai picchiato. Come se io avessi fatto sempre il bravo. Quando a Natale ritornava in ferie, mi portava sempre un regalo: una bici, un pallone di cuoio e quelle strane casette nelle campane di vetro piene d’acqua che se le capovolgi scende la neve lentamente, come vera. Il primo giorno ero stonato di felicità e di confusione: i parenti e i vicini, i compari e gli amici entravano ed uscivano, lo baciavano, prendevano il regalo, si sedevano, si alzavano, parlavano parlavano.

     

    Nella tarda serata finalmente eravamo insieme, insieme davanti al fuoco schioppettate come quando un secolo prima fuori diluviava e i fulmini spaccavano il cielo e lui rinunciava al bar.

     

    Franca e io provavamo le camicie di nylon, made in Germany, mentre mia madre gli parlava degli ulivi, che quell’anno erano stati carichi. Poi a letto; papà era stanco per il lungo viaggio, un giorno e due notti. […]

     

    I giorni successivi scorrevano tranquilli. Finalmente anch’io avevo un papà che mi portava al bar e m’insegnava a giocare a carte.

     

    «Ascoltami bene», mi diceva, guardandomi fisso negli occhi, «se vuoi giocare a carte quando diventi grande, devi imparare benissimo, altrimenti è meglio che lasci stare. Se sei scarso o così così, è meglio che stai a guardare, altrimenti gli altri ridono di te alle spalle e il tuo compagno di gioco ti fa la cazziata». Dopo un po’ giocava con i grandi e sembrava un vero papà con le carte in mano, la sigaretta in bocca e gli occhi semichiusi per il fumo. «Hai capito?» continuava per strada, mentre io lo ascoltavo muto. «Nella vita o s’impara benissimo una cosa o si resta ciucci e i ciucci vengono bastonati, se non fanno quello che vuole il padrone. Io ci avevo testa quand’ero piccolo come te, ma dovevo andare in campagna a lavorare, se volevo avere un pezzo di pane. Per la scuola non c’era tempo allora… ma tu il tempo ce l’hai, tu devi studiare!» Io annuivo con un cenno della testa, ma forse lui non se ne accorgeva.

     

    da Carmine Abate, Lingua del cuore, lingue del pane, in L’italiano degli altri, Firenze, 27-31 maggio 2010, Atti, a cura di Nicoletta Maraschio, Domenico De Martino e Giulia Stanchina, Firenze, Accademia della Crusca, 2011, pp. 77-82 (“La Piazza delle Lingue” 2): scarica il pdf di questo brano.

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