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9. L’Italia s’è desta: fra Autarchia e nuove prospettive

Moda e design
Adolfo de Carolis, Manifesto dell'Esposizione internazionale di Torino (1911)

La ferrea volontà di “Italianizzare” la moda percorre strade diverse ma complementari.

 

1) La linea dell’autarchia, già avviata nel 1848 alla vigilia dell’Unità d’Italia con il vestito nazionale confezionato in velluto (unico tessuto di genuina provenienza italica), era il criterio sostenuto dall’iter istituzionale con la fondazione di enti ad hoc, dalla Società italiana per l’emancipazione delle mode, nel 1872, fino all’Ente nazionale della Moda fondato nel 1932 dal regime fascista con il compito di certificare e difendere l’“italianità” della produzione nazionale.

 

2) La linea “delle donne” era portata avanti dalle riviste a partire dal “Corriere delle Dame” di Carolina Lattanzi, poi da «Margherita», «La nostra Rivista», «Lidel», dirette da donne sensibili ai fermenti in corso come la liberazione del corpo delle donne. Di base restava la volontà al recupero del patrimonio culturale, come Rosa Genoni, lodata anche dai sarti parigini, che ricercava l’ideale artistico rinascimentale, come nel famoso abito la Primavera del 1906, dove alla preziosità di ricami e finiture in onore alla tradizione locale, si legava la ricerca di una linea semplice e fluida e della comodità nei movimenti; qualità già suggerite dall’opera di Botticelli, icona di molta intelligentia coeva, che ispirò le “danze libere” della Duncan, emblema di donna emancipata, libera di muoversi nella società.

Dopo decenni di battaglie le donne ottenevano maggior credito anche nel lavoro, rivelando creatività unita a doti imprenditoriali, pure di fronte al dramma del primo conflitto mondiale. Dopo la guerra anche gli equilibri della Moda furono stravolti, inabissando imperi come quelli di Paul Poiret, tanto rivoluzionario nelle linee e nel marketing, quanto ancorato al leggiadro lusso mondano della società belle époque che ancora occhieggiava dai manifesti pubblicitari. Ormai ritenuto fuori moda dovette cedere il passo alla genialità di due donne dagli stili contrapposti: l’eleganza “restauratrice” di Jeanne Lanvin, dai virtuosismi sartoriali e i complessi ricami e la classe essenziale di Gabrielle Chanel, che traducendo la sobrietà dell’abbigliamento maschile e la funzionalità di quello sportivo (semplicità nel taglio, linearità delle fogge e praticità dei materiali come il jersey), creava un nuovo ideale di eleganza e di femminilità. Ideale riassunto negli intramontabili tailleurs e nel petit noir del 1926.

 

3) L’esaltazione delle qualità manifatturiere (interpretazione più che creazione)

Tornando all’Italia, nel 1911 l’Esposizione universale dedicata a “industria e lavoro”, incoronava Torino capitale italiana della moda: per le numerose sartorie e modisterie attive in città, più che per la genuina autonomia creativa. Si intensificò la ricerca sui tessuti (come Maria Gallenga che realizzò stoffe e colori inediti) e sui modelli, per plasmarli più «italici» con il sostegno dell’Ente nazionale per l’artigianato e la piccola industria.

L’unico lampo di originalità venne dal movimento futurista. Nel Manifesto del Vestito Antineutrale (1914) Giacomo Balla promuove l’abito «dinamico, aggressivo, urtante, volitivo, violento, volante, agilizzante, gioioso, illuminante, fosforescente, semplice e comodo, di breve durata, igienico, variabile». Del 1920 il Manifesto della moda femminile futurista, ancora a favore di asimmetria e stravaganza e nel 1933 perfino il Manifesto futurista sulla cravatta italiana.

 

Ma ciò non inciderà sulla visione del regime di Mussolini: strumento di consenso politico, la moda del Ventennio usò anche le congenite formosità delle italiane come simbolo del patrio benessere, opponendolo alla longilinea esilità del modello di femminilità francese. In questi anni la moda italiana riuscì a esprimere originalità solo nell’esaltazione delle tradizioni folkloristiche e delle lavorazioni artigianali come ricami, pizzi, merletti, perline di vetro veneziano che donarono agli abiti femminili un inconfondibile tocco di italianità.