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3.5. Le leggi suntuarie

Moda e design
Bronzino, "Eleonora di Toledo col figlio Giovanni de' Medici"

Le leggi suntuarie erano dispositivi legislativi atti a disciplinare l’ostentazione del lusso per classi sociali, sesso, status economico, religioso o politico. Note in Italia fin dall'epoca romana, tali norme assumono rilievo dal Duecento, con l’espandersi degli scambi commerciali e la nascita di nuove necessità e dei relativi simboli di ricchezza. Sono sempre più numerosi coloro che possono sfoggiare abiti e ornamenti preziosi, col rischio di minare le barriere fra gruppi sociali ed entrare in contrasto con la moralità invocata dalla Chiesa.
Attraverso le leggi suntuarie non si controlla solo l’uso di vesti e ornamenti, ma anche banchetti, nozze, battesimi e funerali, come dei flussi di importazioni e delle spese, in difesa dei tradizionali valori di austerità e decoro, anche a scapito del nuovo mondo che si apre al commercio. La preoccupazione delle autorità è perciò duplice, quasi antitetica: da un lato l’importanza della circolazione del denaro, dall’altro il timore di una contaminazione fra i vari ceti.
Dal Trecento si affacciano due novità: primo, si fa concessione a cavalieri, dottori, medici, giudici (e alle relative donne) dei simboli del lusso, secondo, si istituisce una multa da pagare in caso di contravvenzione alle norme che permette di fatto ai più abbienti di ostentare a piacimento l’opulenza raggiunta, con soddisfazione anche delle casse cittadine.

 

Le leggi suntuarie variavano comunque da città a città, con maggiore durezza o tolleranza. A Firenze la Repubblica fiorentina ne emanò diverse, dal 1330 fino al 1546 con la legge “sopra gli ornamenti et abiti degli uomini e delle donne” e alla riforma del 1562 “sopra il vestire abiti et ornamenti delle donne ed uomini della città di Firenze”, emanate da Cosimo I De' Medici contro gli eccessi del lusso. Venezia, città più libera e ricca, era invece più clemente. Al controllo delle disposizioni emanate erano delle guardie, abilitate all’occorrenza ad entrare nelle case o raccogliere denunce premiando il denunciante. Dal 1500 in poi le leggi divennero più dettagliate e minuziose, colpendo maggiormente le classi medie o popolari, in specie la servitù, chiudendo un occhio sul lusso dei signori e delle loro corti. Tra le leggi più discriminanti erano quelle che colpivano gli ebrei, obbligati a portare un cappello a punta o un contrassegno colorato sul braccio; alle prostitute si vietava uno sfoggio troppo vistoso, o si imponevano determinati colori; per gli eretici, vi era un abito penitenziale, solitamente giallo.

 

Nonostante la loro severità le leggi suntuarie si dimostrarono di scarsa efficacia e alla fine del Settecento erano quasi totalmente trasgredite. In Francia l’abito nero e cravatta bianca, imposto ai borghesi per umiliarne il confronto con lo sfarzo della nobiltà, provocò addirittura l'effetto opposto: agli Stati generali del 1789, quei semplici abiti borghesi divennero, per drammatico contrasto, il simbolo di pulizia morale e di nuovi ideali, tanto che a breve l'Assemblea della rivoluzione decise l'abolizione, almeno nel vestiario, di ogni differenza di classe.

 

La moda di fatto obbedisce a proprie leggi interne, fondate sulla passione, sul desiderio del nuovo, che tende all’eccesso e si muove a ritmi rapidi e incessanti. L’idea di dominare e incanalare tale fenomeno è sopravvissuta a lungo nelle menti dei governanti e ancora oggi in molte culture esistono rigide convenzioni o leggi su cosa un individuo possa, o debba indossare: questo deve ricordare come la corrispondenza fra moda e libertà, ormai scontata per noi, sia stata dal Medioevo in poi, una lenta conquista.

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