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4. XVI e XVII secolo: moda e rappresentazione

Moda e design
Giovan Battista Moroni, Il sarto, 1570 circa (Londra)

Li habiti della figura siano accomodati all’età e al decoro, cioè che ‘l vecchio sia togato, il giovane ornato d’abito che manco occupi il collo da li omeri delle spalle in su, eccetto quelli che fanno professione di religione” (Leonardo da Vinci, Codice urbinate).

 

Nel consiglio di Leonardo ai ritrattisti coevi si cela tutto il dibattito sul decoro scaturito dalla quella “voglia di moda” che esigeva fogge sempre più sofisticate negli abiti come nei cappelli maschili e nelle acconciature femminili. I pittori d’altronde avevano grosse responsabilità nella diffusione del gusto: le nuove classi facevano a gara a commissionare cicli di affreschi per la gloria della Famiglia ritratta negli abiti più pregiati, come nelle cappelle dei Sassetti e dei Tornabuoni dipinte da Domenico Ghirlandaio, testimone della vita e dei costumi di Firenze come lo furono i teleri di Vittore Carpaccio di Venezia. Ma fu la diffusione del ritratto, attraverso artisti geniali come Botticelli e Raffaello,Veronese e Tiziano, o Lorenzo Lotto, Parmigianino e Bronzino, veri cultori del nuovo genere pittorico, a documentare le mode dell’epoca. Così Giovan Battista Moroni, nei suoi “ritratti in azione”, come Il sarto, così emblematico per capire il cambiamento in corso nell’abbigliamento del XVI secolo. Il giovane uomo è vestito alla foggia del tempo: il farsetto serrato al collo annuncia la severa influenza spagnola (come le braghe rigonfie, alla “sivigliana”), un indumento quasi intimo, animato solo da brevi accoltellature (tanto in voga dalla discesa dei lanzichenecchi). Anche i colori “parlano” di sobrietà e modestia: il colore chiaro ma non brillante che illumina il volto indica la lindura della persona, il rosso spento delle braghe svela una tintura non pregiata evidenziata dall’opacità del tessuto di panno. Tutto ciò rivela una condizione sociale modesta ma dignitosa, che riabilita il lavoro manuale e una professione che inizia a ottenere rispetto e autonomia.

 

Diffusione, sarà allora parola chiave per la costruzione dell’idea di Moda in senso moderno. Dal XVI secolo all’arte dei pittori si affiancò il più potente mezzo di comunicazione fino alle soglie del XXI secolo: la stampa a caratteri mobili, che dal 1455 aveva avviato il percorso verso l'alfabetizzazione di massa, poteva immettere sul mercato una quantità di informazioni a prezzi più accessibili.

Nel breviario del perfetto Cortegiano, vero best-seller dal 1528, Baldassarre Castiglione, esalta un’italianità capace di tradurre “in meglior forma” le esagerazioni dei costumi stranieri, “come talor sol essere il franzese in troppa grandezza e ’l tedesco in troppa piccolezza”. Un ventennio dopo, Monsignor Della Casa, istruendo con il suo Galateo una platea sociale più ampia, deprecherà “coloro che vanno vestiti non secondo l’usanza de’ più, ma secondo l’appetito loro”, stigmatizzando anticonformismi ed eccessi a ogni livello. Questi e molti altri trattati a venire testimoniano l’interesse intellettuale e “politico” per il tema della moda, forma di potere da un lato e modo di affermare l’individualità dall’altro, segnalando ciò che nel Seicento divenne una vera mania: il valore concesso alle novità, il gusto dell’originalità a caccia di fogge diverse creeranno le vere leggi della moda, a dispetto delle leggi suntuarie. E se in Italia si attese il 1648 per adottare il termine Moda, già nel 1590 Cesare Vecellio, nel compendio di Habiti antichi et moderni di tutto il mondo, offriva un eccezionale repertorio di fogge, la prima storia del costume mai pubblicata che preannunciava la prossima nascita del giornale di moda.