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Gian Antonio Stella, "L'Orda". Introduzione - 1

Se vuoi approfondire, puoi leggere qui una parte dell’introduzione del libro L’Orda, che spiega gli scopi dell’autore. Poi lavorerai sulle espressioni sottolineate.

 

Prima però rifletti sul detto “Bel Paese, brutta gente”. Esso dà degli italiani un’immagine

 

  • positiva.
  • neutra.
  • negativa.

I parte

 

INTRODUZIONE

 

Bel paese, brutta gente

La rimozione di una storia di luci, ombre, vergogne

 

La feccia del pianeta, questo eravamo. Meglio: così eravamo visti. Non potevamo mandare i figli alle scuole dei bianchi in Louisiana. Ci era vietato l'accesso alle sale d'aspetto di terza classe alla stazione di Basilea. Venivamo martellati da campagne di stampa indecenti contro «questa maledetta razza di assassini». Cercavamo casa schiacciati dalla fama d'essere «sporchi come maiali». Dovevamo tenere nascosti i bambini come Anna Frank perché non ci era permesso portarceli dietro. Eravamo emarginati dai preti dei paesi d'adozione come cattolici primitivi e un po' pagani. Ci appendevano alle forche nei pubblici linciaggi [Linciaggio: esecuzione sommaria, fatta da un gruppo di cittadini nei confronti di persona sorpresa in reato o ritenuta colpevole di un delitto molto grave] perché facevamo i crumiri [Crumiro: indica chi, durante uno sciopero, va al lavoro ugualmente o accetta di lavorare sostituendo chi sciopera] o semplicemente perché eravamo «tutti siciliani».


«Bel paese, brutta gente.» Ce lo siamo tirati dietro per un pezzo, questo modo di dire diffuso in tutta l'Europa e scelto dallo scrittore Claus Gatterer come titolo di un romanzo in cui racconta la diffidenza e l'ostilità dei sud-tirolesi verso gli italiani. Oggi raccontiamo a noi stessi, con patriottica ipocrisia, che eravamo «poveri ma belli», che i nostri nonni erano molto diversi dai curdi o dai cingalesi che sbarcano sulle nostre coste, che ci insediavamo senza creare problemi, che nei paesi di immigrazione eravamo ben accolti o ci guadagnavamo comunque subito la stima, il rispetto, l'affetto delle popolazioni locali. Ma non è così.

 

Certo, la nostra storia collettiva di emigranti - cominciata in tempi lontani [...] è nel complesso positiva. Molto positiva. Basti pensare [...] a Lorenzo Da Ponte, che dopo aver scritto per Mozart i libretti delle Nozze di Figaro, del Don Giovanni e di Così fan tutte e aver fatto mille altri mestieri, finì a New York dove nel 1819, già vecchio, fondò la cattedra di letteratura italiana al Columbia College, destinato a diventare la Columbia University.

 

In 27 milioni se ne andarono, nel secolo del grande esodo dal 1876 al 1976. E tantissimi fecero davvero fortuna. Come Amedeo Obici, che partì da Le Havre a undici anni e sgobbando come un matto diventò il re delle noccioline americane: «Mister Peanuts». O Giovanni Giol, che dopo aver fatto un sacco di soldi col vino in Argentina rientrò e comprò chilometri di buona terra nel Veneto dando all'immensa azienda agricola il nome di «Mendoza». [...]

 

Quelli sì, li ricordiamo. Quelli che ci hanno dato lustro, che ci hanno inorgoglito [Inorgoglire: rendere orgogliosi], che grazie alla serenità guadagnata col raggiungimento del benessere non ci hanno fatto pesare l'ottuso e indecente silenzio dal quale sono sempre stati accompagnati. Gli altri no. Quelli che non ce l'hanno fatta e sopravvivono oggi tra mille difficoltà nelle periferie di San Paolo, Buenos Aires, New York o Melbourne fatichiamo a ricordarli. Abbiamo perduto 27 milioni di padri e di fratelli eppure quasi non ne trovi traccia nei libri di scuola. Erano partiti, fine. Erano la testimonianza di una storica sconfitta, fine. Erano una piaga [ferita, dolore] da nascondere, fine. Soprattutto nell'Italia della retorica risorgimentale, savoiarda e fascista. [...]

 

Di tutta la storia della nostra emigrazione abbiamo tenuto solo qualche pezzo. La straordinaria dimostrazione di forza, di bravura e di resistenza dei nostri contadini in Brasile o in Argentina. Le curiosità di città come Nova Milano o Nova Trento, sparse qua e là ma soprattutto negli Usa dove si contano due Napoli, quattro Venezia e Palermo, cinque Roma. Le lacrime per i minatori mandati in Belgio in cambio di 200 chili l'uno di carbone al giorno e morti in tragedie come quella di Marcinelle. [...] La generosità delle rimesse [i soldi che gli emigranti inviavano a casa] dei veneti e dei friulani che hanno dato il via al miracolo del Nordest [Il Nord est  è la parte dell’Italia che comprende le regioni Trentino-Alto Adige, Veneto, Friuli-Venezia Giulia ed Emilia-Romagna, che dagli anni '50 del '900 ha avuto particolare fortuna economica, grazie soprattutto alle piccole industrie. Sul tema si può vedere il libro di G.A. Stella, Schei]. La stima conquistata alla Volkswagen dai capireparto siciliani o calabresi. E su questi pezzi di storia abbiamo costruito l'idea che noi eravamo diversi. Di più: eravamo migliori.

 

Non è così. Non c'è stereotipo rinfacciato agli immigrati di oggi che non sia già stato rinfacciato [Rinfacciare: ricordare per umiliare, rimproverare], un secolo o solo pochi anni fa, a noi. «Loro» sono clandestini? Lo siamo stati anche noi: a milioni, tanto che i consolati ci raccomandavano di pattugliare [controllare attraverso pattuglie militari] meglio i valichi alpini e le coste non per gli arrivi ma per le partenze.

 

«Loro» si accalcano in osceni tuguri in condizioni igieniche rivoltanti? L'abbiamo fatto anche noi, al punto che a New York il prete irlandese Bernard Lynch teorizzava che «gli italiani riescono a stare in uno spazio minore di qualsiasi altro popolo, se si eccettuano, forse, i cinesi». «Loro» vendono le donne? Ce le siamo vendute anche noi, perfino ai bordelli di Porto Said o del Maghreb. Sfruttano i bambini? Noi abbiamo trafficato per decenni coi nostri, cedendoli agli sfruttatori più infami o mettendoli all'asta nei mercati d'oltralpe. Rubano il lavoro ai nostri disoccupati? Noi siamo stati massacrati [da massacrare: 'uccidere più persone in modo violento'], con l'accusa di rubare il lavoro agli altri. Importano criminalità? Noi ne abbiamo esportata dappertutto.

 

Fanno troppi figli rispetto alla media italiana mettendo a rischio i nostri equilibri demografici? Noi spaventavamo allo stesso modo gli altri. Basti leggere i reportage sugli Usa della giornalista Amy Bernardy, i libri sull'Australia di Tito Cecilia o Brasile per sempre di Francesca Massarotto. La quale racconta che i nostri emigrati facevano in media 8,25 figli a coppia ma che nel Rio Grande do Sul «ne mettevano al mondo fino a 10, 12 e anche 15 così com'era nelle campagne del Veneto, del Friuli e del Trentino».

 

(da G. A. Stella, L’Orda. Quando gli albanesi eravamo noi, Edizione aggiornata, Milano, Rizzoli, 2003)

 

Indica se le frasi sono vere o false

 

1. Gli italiani erano considerati gli uomini peggiori del mondo

2. I nativi non affittavano le case agli italiani perché li consideravano sporchi

3. Gli italiani venivano soprattutto dalla Sicilia

4. Gli italiani che emigrarono tra Ottocento e Novecento furono più di 30 milioni

5. Gli italiani di oggi pensano che i loro nonni fossero accettati bene nei Paesi accoglienti

6. Molti italiani hanno avuto grande successo nei paesi dove andavano

7. Oggi ricordiamo soprattutto quelli che non hanno avuto successo

8. La visione che oggi ha l’Italia dei propri antenati emigrati è distorta

9. Gli stereotipi sugli italiani di allora sono identici a quelli sugli immigrati in Italia oggi

10. Gli italiani all’estero erano molto prolifici