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Ugo Foscolo: passioni e contraddizioni

    Letteratura e teatro

    Ugo Foscolo vive nell’età di passaggio fra il Settecento e l’Ottocento, quando, attraverso la rivoluzione francese e l’egemonia di Napoleone, gli Stati europei iniziano un processo di trasformazione verso forme moderne di organizzazione politica e di governo. Foscolo, come uomo e come scrittore, rispecchia a pieno le contraddizioni e le inquietudini del tempo, e questo rende importanti e significative le sue vicende personali.

     

    Senza patria – Foscolo nasce fuori dall’Italia in una famiglia borghese che, con la morte del padre, rimane quasi in miseria. Per mantenersi, fa il soldato e il funzionario. Abita in varie città ed entra in contatto con culture diverse: cresce a Zante, un’isola di cultura greco-veneta e dalmata; si trasferisce a Venezia , una “società periferica” da cui desidera subito allontanarsi; si reca a Milano, il centro in cui si “sprovincializza” e dove svolge la maggior parte della sua attività politica; a Firenze appaga il suo gusto per il prestigio sociale e frequenta il salotto antinapoleonico della contessa d’Albany; vive in Francia, in Svizzera e in Inghilterra, dove ha modo di conoscere una realtà economica nuova e diversa. Spesso nelle sue opere attribuisce a questi luoghi caratteristiche diverse da quelle oggettive: Venezia, ad esempio, diviene la “patria perduta”, Milano, un luogo ostile e negativo. Anche alla lingua italiana Foscolo si avvicina da “straniero”, studiandola soprattutto da autodidatta; come Alfieri, aderisce alla tradizione della poesia italiana per motivi legati alla “nazionalità” oltre che alla letteratura.

     

    Rivoluzionario e giacobino – A diciannove anni, nel 1797, Foscolo diviene segretario della municipalità veneziana. Attende l’arrivo dei Francesi liberatori e si professa “democratico”, “repubblicano” e “giacobino”. In quest’ottica rivoluzionaria legge Alfieri, Parini e soprattutto Rousseau , l’autore del Contrat Social.  Si interessa molto al tema dello Stato, perciò legge Machiavelli e il filosofo inglese Thomas Hobbes, autore del Leviatano, un celebre testo di filosofia politica; da queste letture ricava elementi di realismo politico – come il primato della forza e dell’utile – che in seguito saranno alla base del suo pessimismo. In questo periodo arriva a mettere in discussione il diritto alla proprietà privata, una posizione radicale che in seguito modificherà totalmente, attribuendo ai soli proprietari terrieri la facoltà di essere rappresentanti del popolo.

     

    Figlio della rivoluzione e conservatore – Dopo il 1800 Foscolo rivede le sue idee rivoluzionarie e si oppone al regime napoleonico. Il suo atteggiamento, però, oscilla fra il desiderio di riconoscimenti e l’intento polemico, come quando accetta di scrivere l’Ode a Bonaparte, i Comizi di Lione e poi vi inserisce accenti così critici da essere costretto a farla circolare quasi clandestinamente.

    Quando si trasferisce in Inghilterra , si distacca dai problemi del suo paese e rifiuta l’invito dello scrittore e patriota Silvio Pellico[1] a collaborare alla rivista Il Conciliatore, il periodico dei patrioti milanesi; un rifiuto, questo, nato sia dal senso di estraneità  che Foscolo prova per quanto sta accadendo in Italia, sia dalla sua sfiducia verso i letterati e la classe dirigente del paese. Come scrive nel saggio On the Present Literature of Italy del 1818, eglisi considera sempre un “figlio della rivoluzione”, disposto a sopportare il dominio dei Francesi ma non quello degli Austriaci; nonostante questo, col tempo  svilupperà un atteggiamento conservatore, accentuando il disprezzo per la “plebe”, che lo accomuna ad Alfieri.

     

    Alla ricerca di un impiego – Gli anni tra il 1796 e il 1802 son o fondamentali anche per le scelte di Foscolo come scrittore. In lui coesistono due modelli: quello di Alfieri, che si estranea dall’azione politica e affida alla poesia, alla parola del poeta, il compito di opporsi senza riserve a ogni forma di coercizione e di tirannia; quello “giacobino”, che chiama lo scrittore a mettersi al servizio della società, a lavorare in prima persona a un progetto politico fondato sull’educazione del popolo. Quando compone il Tieste, che ha grandissimo successo, Foscolo crede di aver trovato il modo di conciliare letteratura e impegno politico, ma ben presto torna a oscillare fra il desiderio di ergersi a poeta-vate, che difende la verità e ammonisce i potenti, e la tentazione di isolarsi nel mondo dell’immaginazione, dimenticando la realtà. In concreto, la nuova società non offriva sostegno al poeta-vate. Foscolo  fu  sempre alla ricerca di un impiego, di una fonte di reddito: a causa del suo carattere irruento e dei trascorsi rivoluzionari, non riuscì a intraprendere la carriera diplomatica, né a ottenere un posto di ispettore generale degli studi; divenne soldato, ma non fece mai carriera nell’esercito a causa dell’ostilità di Gioacchino Murat che, come afferma Eugenio Donadoni, non gli volle perdonare la troppo franca italianità dell'orazione pei Comizii di Lione; in Inghilterra per mantenersi scrive articoli per riviste letterarie e fa traduzioni.

     

    Un personaggio eccentrico – I contemporanei descrivono Foscolo come un personaggio eccentrico. Il letterato greco Mario Pieri, nato a Corfù, che lo aveva conosciuto da ragazzo, dice di lui nelle sue Memorie:

     

    Io aveva già udito far menzione anche in Corfù d'un giovane mezzo veneziano e mezzo zacintio, cioè nato al Zante di padre veneto e di madre greca, che già levava grido in Venezia pe 'l suo talento poetico. Egli contava a un di presso i miei anni e forse qualcuno di più. Tenea fermo soggiorno in Venezia, ed abitava con la sua madre vedova, e parmi anche col fratello e con una sorella, in campo delle Gatte, contrada delle più sudice di quella magnifica città, in una casa, per dir meglio catapecchia, sì miserabile, che nelle finestre non aveva vetri, ma bensí le impannate. Quel giovane per altro, ben lontano dal lasciarsi avvilire a quella intollerabile povertà, scherzava, potrebbesi dire, con essa, e sfidavala, e quasi se ne compiacea, superbo del proprio talento, e consolato dalla speranza di gloria che i suoi studi gli promettevano. Rossi capelli e ricciuti, ampia fronte, occhi piccoli e affossati ma scintillanti, brutte ed irregolari fattezze, color pallido, fisionomia piú di scimmia che d'uomo: curvo alquanto, comecché bene aitante della persona: andatura sollecita, parlare scilinguato ma pieno di fuoco: mettea meraviglia il vederlo aggirarsi per le vie e pei caffè, vestito di un logoro e rattoppato soprabito verde, ma pieno di ardire, vantando la sua povertà infino a chi non curavasi di saperla, e pur festeggiato da donne segnalate per nobiltà ed avvenenza e dalle maschere più graziose e da tutta la gente.

     

     

    [Tratto con adattamenti da: La vicenda di Foscolo: la crisi politica, il distacco dall’utopia, il riparo nell’illusione, in Remo Ceserani-Lidia De Federicis, Il Materiale e l’Immaginario. Società e cultura della borghesia in ascesa, VII, Torino, Loescher, 1991.]

     

     


    [1] Silvio Pellico (Saluzzo1789 - Torino1854) raggiunse il successo con la tragedia Francesca da Rimini. Aggregato alla Carboneria, fu imprigionato nel carcere dello Spielberg. Da quest'esperienza nacquero Le mie prigioni (1832), un libro di memorie a cui deve la sua fama e che suscitò simpatia per l'Italia e odio contro lo straniero.

     

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