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Termini e parole: la "circoscritta idea" e l'indefinito

    Letteratura e teatro

    Per Leopardi gli esseri umani desiderano sempre essenzialmente e unicamente il piacere, un piacere che non ha limiti e perciò destinato a rimanere un desiderio perennemente insoddisfatto che crea infelicità e disperazione. Così si rifugiano nell’illusione dove possono immaginare piaceri infiniti. Per creare diletto il poeta deve quindi scegliere immagini vaghe ed evocative, capaci di trasportare in una dimensione dove la realtà si trasfigura e non esistono confini e ostacoli ai sogni e desideri; il ricordo (la ricordanza) è forse la più importante di queste dimensioni e quindi una componente essenziale della poesia, perché riporta a cose lontane e indefinite.

     

    Scrive Leopardi nello Zibaldone:

     

    Un oggetto qualunque, per esempio un luogo, un sito, una campagna, per bella che sia, se non desta alcuna rimembranza, non è poetica punto a vederla. La medesima, ed anche un sito, un oggetto qualunque, affatto impoetico in sé, sarà poeticissimo a rimembrarlo. La rimembranza è essenziale e principale nel sentimento poetico, non per altro, se non perché il presente, qual ch'egli sia, non può esser poetico; e il poetico, in uno o in altro modo, si trova sempre consistere nel lontano, nell'indefinito, nel vago (Recanati, 14 dicembre, domenica, 1828)

     

    Se l’uomo trae piacere dall’indefinito, allora questo dovrà essere l’elemento costitutivo del linguaggio poetico e delle parole con cui si compongono i versi, parole che danno spazio all’immaginazione e che sono molto diverse da quelle usate dalla scienza.

     

    Leopardi ritiene che ci sia un forte legame fra lingua e civiltà, fra la lingua che una nazione parla e i suoi usi e costumi. La civiltà moderna, fondata sulla scienza e la filosofia, deve necessariamente utilizzare una lingua che ha come caratteristiche l’esattezza e la precisione, una lingua fatta di termini: le voci scientifiche presentano la nuda e circoscritta idea di quel tale oggetto, e perciò si chiamano termini perché determinano e definiscono la cosa da tutte le parti. Questo accade per il francese, parlato in una nazione all’avanguardia nel processo di rinnovamento sociale e civile ed è giusto che anche l’Italia abbandoni chiusure e rigori per aprirsi a una lingua nuova, più semplice, comprensibile e utile.

     

    La lingua dei poeti, però, è un'altra cosa. Non si esprime attraverso termini, che hanno un solo inequivocabile significato, ma attraverso parole che di significati possono richiamarne molti.

     

    Per chiarire il suo pensiero, Leopardi fa un paragone. Le qualità dell’uomo più sublimi, pure, lontane dalla materia come la virtù o i pregi morali si possono amare e apprezzare solo quando li raffiguriamo in qualcosa di concreto, di reale come la bellezza o le maniere esteriori, altrimenti diventano astratti, lontani e non si sente più nulla in essi. Allo stesso modo il testo letterario vale non per il contenuto, per i pensieri che contiene, ma per la materia di cui è composto, per il modo in cui è scritto: lo stile e le parole non sono l’aspetto esteriore (la veste) dei pensieri, ma ciò che dà loro senso e significato, ne rappresentano la vera concretezza (il corpo).

     

    Nello Zibaldone, fin dalla prima pagina Leopardi inizia ad annotare situazioni che mettono in moto la fantasia e richiamano alla memoria immagini vaghe e sfumate (un canto che giunge in casa dalla strada, un filare di alberi di cui non si scorge la fine, la luna in mezzo al cielo nella campagna deserta) e parole evocative, lontane dall’uso comune e per questo ancora più capaci di creare straniamento, di allontanare dalla realtà aprendo la strada all'immaginazione e a dimensioni nuove e sconosciute:

     

    Le parole notte notturno ec., le descrizioni della notte ec., sono poeticissime, perché la notte confondendo gli oggetti, l'animo non ne concepisce che un'immagine vaga, indistinta, incompleta,e sì di essa che quanto ella contiene. Così oscurità, profondo ec. ec. (28 settembre 1821).


    Antichi; antico, antichità; posteri, posterità sono parole poeticissime ec. perché contengono un’idea: 1. vasta, 2. indefinita ed incerta, massime posterità della quale non sappiamo nulla, ed antichità similmente è cosa oscurissima per noi. Del resto tutte le parole che esprimono generalità, o una cosa in generale, appartengono a queste considerazioni (20 dicembre 1821).

     

    È piacevole per se stesso, cioè non per altro, se non per un’idea vaga ed indefinita che desta, un canto (il più spregevole) udito da lungi o che paia lontano senza esserlo, o che si vada appoco appoco allontanando... un suono qualunque confuso, massime se ciò è per la lontananza; un canto udito in modo che non si veda il luogo da cui parte; un canto che risuoni per le volte di una stanza eco dove voi non vi troviate però dentro; il canto degli agricoltori che nella campagna s'ode suonare per le valli, senza però vederli, e così il muggito degli armenti, ec. Stando in casa, e udendo tali canti o suoni per la strada, massime di notte, si è più disposti a questi effetti, perché né l'udito né gli altri sensi non arrivano a determinare né circoscrivere la sensazione e le sue concomitanze. È piacevole qualunque suono (anche vilissimo) che largamente e vastamente si diffonda, come in taluno dei detti casi, massime se non si vede l'oggetto da cui parte (16 ottobre 1821).

     

    A ciò che ho detto altrove delle voci ermo, eremo, romito, hermite, hermitage, hermita ec. tutte fatte dal greco ἔρημος, aggiungi lo spagnuolo ermo, ed ermar (con ermador ec.) che significa desolare, vastare, appunto come il greco ἐρημόω (3 Ottobre 1822).

     

    Queste voci e simili sono tutte poetiche per l'infinità o vastità dell'idea ec. ec. Così la deserta notte, e tali immagini di solitudine, silenzio ec. (5 ottobre 1822).

     

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