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"La Pentecoste"

Letteratura e teatro
Jean Fouquet, "La Pentecoste", XV secolo. Fonte: Wikimedia Commons

La Pentecoste è l'ultimo degli Inni sacri. La solennità religiosa della Pentecoste, di origine ebraica e poi passata nella religione cattolica, celebra la discesa dello spirito santo sugli apostoli e sulla Madonna - che incarnano la Chiesa - avvenuta cinquanta giorni dopo la resurrezione di Cristo: “pentecoste”, infatti, è un termine greco che significa “cinquantesimo” (giorno). Come tutti gli altri Inni, La Pentecoste è strutturata secondo uno schema che comprende la rievocazione dell'evento (vv. 1-48), le sue conseguenze sull'umanità (vv. 49-80, la preghiera corale dei fedeli (vv. 81-144).

 

Per poter comunicare a un vasto pubblico contenuti teologici astratti e complessi, Manzoni utilizza la figura retorica della personificazione, accosta parole o frasi di significato opposto (antitesi), sceglie similitudini legate a fenomeni naturali, si serve di una sintassi lineare e vicina alla prosa, di invocazioni ricorrenti all'inizio dei versi (O Spirto!, noi T'imploriam!, scendi, spira), di un metro semplice e tradizionale (il settenario) che dà alla composizione un ritmo cantabile.

 

L'inno inizia con un'invocazione alla Chiesa, a cui il poeta si rivolge in prima persona, le dà del tu, la chiama Madre de' Santi e le chiede dove si fosse nascosta subito dopo la morte di Gesù (dov'eri?) in preda alla paura e dimenticata da tutti (In tuo terror sol vigile,/ sol nell'oblio sicura). Oggi la Chiesa è una madre forte e tenace nella sofferenza, (soffri, combatti e preghi) che rappresenta in terra la città di Dio, il Paradiso (immagine/della città superna); è potente e battagliera, simile a un esercito vittorioso, che estende il suo potere benefico nel mondo (le tue tende spieghi/dall'uno all'altro mar) grazie all'impegno e al coraggio di quanti sperano in lei (campo di quei che sperano). Questa rinascita è iniziata il giorno della Pentecoste, quando lo Spirito Santo le ha restituito vitalità e forza scendendo sugli Apostoli (quando su te lo Spirito/rinnovator discese) e rendendoli capaci di farsi comprendere in tutte le lingue perché potessero dare inizio alla predicazione del Vangelo nel mondo.

 

Per descrivere questo evento soprannaturale, Manzoni usa una similitudine: come la luce, che è unica, cadendo veloce sulle cose dà loro colori diversi, così la voce dello Spirito Santo risuonò nelle diverse lingue parlate sulla terra e tutti i popoli furono in grado di comprenderla:

 

Come la luce rapida
Piove di cosa in cosa,
E i color vari suscita
Dovunque si riposa;
Tal risonò moltiplice
La voce dello Spiro:
L’Arabo, il Parto, il Siro
In suo sermonl’udì
.(vv. 41-48)

 

La discesa dello Spirito Santo cambia il mondo e lo rinnova: porta la liberà del cuore (nova franchigia), un'umanità redenta (genti nove), gioie dell'anima, glorie che nascono da vittorie spirituali (più belle prove), una pace che il mondo può anche deridere (irride) , ma mai sconfiggere (rapir non può). Doni nuovi e diversi, contrapposti alle false promesse (lusinghe infide) e alla paura (terrori) che regnano fra gli uomini quando non sono illuminati dalla fede e dallo sapienza divina:

 

Nova franchigia annunziano

I cieli, e genti nove;
Nove conquiste, e gloria
Vinta in più belle prove;
Nova, ai terrori immobile
E alle lusinghe infide
,
Pace, che il mondo irride,
Ma che rapir non può
(vv 73 - 80)

 

L'inno termina con una preghiera rivolta allo Spirito Santo perché scenda a portare fra gli uomini consolazione, serenità e speranza, come il sole riscaldando la terra fa germogliare un nuovo fiore dal seme appassito. La preghiera non è rivolta dal singolo, ma dalla comunità dei fedeli, unita dalla stessa fede e affratellata nella eterna e quotidiana lotta fra il bene e il male; a questo coro di voci si unisce anche il poeta, uomo fra gli uomini, tutti uguali davanti a Dio:

 

Siccome il sol che schiude
Dal pigro germe il fior;


Che lento poi sull’umili
Erbe morrà non còlto,
Né sorgerà coi fulgidi
Color del lembo sciolto,
Se fuso a lui nell’etere
Non tornerà quel mite
Lume, dator di vite,
E infaticato altor.


Noi T’imploriam! Ne’ languidi
Pensier dell’infelice
Scendi piacevol alito,
Aura consolatrice:
Scendi bufera ai tumidi
Pensier del violento;
Vi spira uno sgomento
Che insegni la pietà 
(vv103 - 120)

 

 

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