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"Ossi di seppia" e Il realismo esistenziale

    Letteratura e teatro

    Numerosissimi sono i critici che hanno analizzato la personalità e l'opera di Montale. Fra i tanti abbiamo scelto Gianfranco Contini per il lungo rapporto che lo ha legato al poeta, iniziato in gioventù a Firenze al caffè delle Giubbe rosse frequentato da artisti e scrittori, e continuato per tutta la vita. In questa pagina tratta da un articolo apparso nel dicembre de1956 nella rivista Letteratura, Contini definisce realismo esistenziale l'atteggiamento di Montale nei confronti della poesia e della vita: a lui interessa la realtà quotidiana, incomprensibile e inafferrabile, non la pura forma, ed è questo che lo distingue fra i poeti del Novecento:

     

    La differenza costitutiva fra Montale e i suoi coetanei sta in ciò: che questi sono in pace con la realtà...mentre Montale non ha certezza del reale. Perciò quei poeti non derogano alla dominante eminentemente letteraria della tradizione italiana: il loro primum è formale. Una realtà quotidiana e assurda, che cola irrazionale e ininterpretabile senza possibilità di tagli e inquadrature necessarie, come fusa in ghisa: questa è l'essenza dell'atteggiamento che volentieri chiamerei realismo esistenziale.

     

    Il realismo esistenziale di Montale, questo modo di descrivere la realtà trasformandola in uno specchio della condizione umana, è evidente in Ossi di seppia. Scrive in proposito Gianfranco Contini:[1] :

     

    Il mondo di Ossi di seppia è un mondo negativo: secondo luoghi diventati proverbiali il poeta si sofferma a descrivere “il male di vivere” che ha incontrato, e non è in grado di dire al suo lettore che “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Eppure esso è vastamente descrittivo: il paesaggio arso, scabro e marino della Liguria (non è meramente aneddotico sapere che esso è quello di Monterosso al Mare nelle Cinque terre, dove la famiglia aveva una villa) vi è composto in un ritratto ormai celebre sennonché il risultato di questo affannoso sforzo descrittivo porta in luce “le inutili macerie” dell'abisso marino.

     

    Per ridurre al minimo la distanza fra ciò che si vede e si tocca e le parole – scrive ancora Gianfranco Contini – Montale […] ricorre a parole determinatissime, dialettali addirittura, diremmo, un' upupa sopra “ l'areo stollo del pollaio”, dei bambini “con moccoli e lampioni”, una barca che “sciaborda tra le secche”. In una simile funzione stanno termini più letterari: “pomaio”, mettiamo, e “reliquario”, o “atro”, “nunzio”, “aligero”, “turgeva”, “dessa”; con un valore, pertanto, presso a poco opposto rispetto a quello che l'estetismo o il purismo potevano rispettivamente assegnare.



    [1]Gianfranco Contini, Letteratura dell'Italia unita.1861-1968, Firenze, Sansoni, 1968

     

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