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Dell'unità della lingua e dei mezzi per diffonderla. La questione della lingua e la proposta di Manzoni

    Letteratura e teatro

    Nel 1867, nel nuovo Regno d’Italia, la questione della lingua era un problema serio e riconosciuto come parte integrante del difficile processo di unificazione politica e sociale dell'Italia che non poteva certo dirsi concluso. Il ministro dell’istruzione Emilio Broglio istituì una commissione per l’unificazione della lingua presieduta da Manzoni, di cui era amico, incaricata di preparare tutti i provvedimenti e i modi coi quali si possa aiutare e rendere più universali in tutti gli ordini del popolo la notizia della buona lingua e della buona pronunzia.

     

    Manzoni, nel 1868, scrisse di persona la relazione conclusiva del gruppo di lavoro (Dell'unità della lingua e dei mezzi per diffonderla) nella quale sosteneva innanzi tutto la necessità che al posto dei numerosi dialetti (idiomi) parlati in Italia se ne sostituisse uno comune:

     

    Una nazione dove siano in vigore vari idiomi e la quale aspiri ad avere una lingua in comune, trova naturalmente in questa varietà un primo e potente ostacolo al suo intento. […] Ma in Italia, a ottenere un tale intento, s’incontra questa tanto singolare quanto dolorosa difficoltà, che il mezzo stesso è in questione; e mentre ci troviamo d’accordo nel voler questa lingua, quale poi essa sia, o possa, o deva essere, se ne disputa da cinquecento anni.

     

    Sosteneva quindi che questo idioma doveva essere, per le sue particolari qualità, il fiorentino utilizzato comunemente dalle persone colte:

     

    Riconosciuta poi che fosse la necessità d’un tal mezzo, la scelta d’un idioma che possa servire al caso nostro, non potrebbe esser dubbia; anzi è fatta. Perché è appunto un fatto notabilissimo questo: che, non c’essendo stata nell’Italia moderna una capitale che abbia potuto forzare in certo modo le diverse province a adottare il suo idioma, pure il toscano, per la virtù d’alcuni scritti famosi al loro primo apparire, per la felice esposizione di concetti più comuni, che regna in molti altri, e resa facile da alcune qualità dell’idioma medesimo, che non importa di specificar qui, abbia potuto essere accettato e proclamato per lingua comune dell’Italia, dare generalmente il suo nome (così avesse potuto dar la cosa) agli scritti di tutte le parti d’Italia, alle prediche, ai discorsi pubblici, e anche privati, che non fossero espressi in nessun altro de’ diversi idiomi d’Italia.

     

    Indicava infine nel vocabolario lo strumento più utile per far diventare il fiorentino lingua italiana, come nell’antichità il linguaggio usato in Roma era diventato latino e in Francia la lingua di Parigi era stato riconosciuto come lingua della nazione:

     

    Uno poi de’ mezzi più efficaci e d’un effetto più generale, particolarmente nelle nostre circostanze, per propagare una lingua, è, come tutti sanno, un vocabolario. E, secondo i princìpi e i fatti qui esposti, il vocabolario a proposito per l’Italia non potrebbe esser altro che quello del linguaggio fiorentino vivente. 

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