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Il Conte di Carmagnola: primo coro

Letteratura e teatro

Nella tragedia Il Conte di Carmagnola, alla fine del II atto Manzoni inserisce il coro che commenta la battaglia di Maclodio (1427) dove i Veneziani, guidati da Carmagnola, hanno sconfitto i Visconti. Lo scontro non è stato rappresentato in precedenza: è il coro che descrive la battaglia come se l’avesse osservata direttamente; nella tragedia classica, invece il coro interveniva rispetto a vicende già andate in scena ed era composto dai personaggi che ne erano stati protagonisti. Con questo espediente Manzoni, attraverso il coro – che egli definisce il suo cantuccio lirico – può esprimere giudizi e valutazioni morali con la stessa autorità di chi ha assistito di persona ai fatti narrati.

 

Il coro, con ritmo concitato e incalzante, descrive l'inizio della battaglia: le trombe che squillano, gli zoccoli dei cavalli che calpestano il terreno, le spade che si scontrano e si coprono di sangue:

 

S'ode a destra uno squillo di tromba;

A sinistra risponde uno squillo:

D'ambo i lati calpesto rimbomba

Da cavalli e da fanti il terren.

Quinci spunta per l'aria un vessillo;

Quindi un altro s'avanza spiegato:

Ecco appare un drappello schierato;

Ecco un altro che incontro gli vien.

Già di mezzo sparito è il terreno;

Già le spade rispingon le spade;

L'un dell'altro le immerge nel seno;

Gronda il sangue; raddoppia il ferir.

 

Dopo la breve descrizione, segue un dialogo fra due persone che assistono alla battaglia. La prima, ignara di quanto sta accadendo rivolge domande (Chi son essi?), l'altra, perfettamente a conoscenza dei fatti, dà risposte inquietanti e dolorose: Quelli che stanno combattendo con tanta ferocia gli uni contro gli altri, in realtà sono fratelli perché hanno in comune il territorio (D'una terra son tutti), la lingua (un linguaggio) e l'origine (il lignaggio):

 

Chi son essi? Alle belle contrade

Qual ne venne straniero a far guerra

Qual è quei che ha giurato la terra

Dove nacque far salva, o morir?

D'una terra son tutti: un linguaggio

Parlan tutti: fratelli li dice

Lo straniero: il comune lignaggio

A ognun d'essi dal volto traspar.

Questa terra fu a tutti nudrice,

Questa terra di sangue ora intrisa,

Che natura dall'altre ha divisa,

E ricinta con l'alpe e col mar.

 

Il dialogo continua. Il primo spettatore pone nuove domande: – Che cosa li spinge a uccidersi se sono fratelli? Perché i loro cari non intervengono a fermare il massacro? Perché i vecchi non danno saggi consigli e riportano la pace? – Non sanno perché combattono – risponde l’altro – sono pagati per farlo e non si chiedono il perché. Chi non è coinvolto nello scontro se ne sta tranquillo, come il contadino quando vede il temporale abbattersi lontano dai suoi campi, e chi è coinvolto, se viene sconfitto, trasmette odio ai figli, se ottiene la vittoria si comporta in modo superbo e sfrontato. La guerra, con la sua assurda violenza, corrompe tutto, anche la dolcezza delle donne e l'innocenza dei bambini:

 

Ahi! Qual d'essi il sacrilego brando

Trasse il primo il fratello a ferire?

Oh terror! Del conflitto esecrando

La cagione esecranda qual è?

Non la sanno: a dar morte, a morire

Qui senz'ira ognun d'essi è venuto;

E venduto ad un duce venduto,

Con lui pugna, e non chiede il perché.

Ahi sventura! Ma spose non hanno,

Non han madri gli stolti guerrieri?

Perché tutte i lor cari non vanno

Dall'ignobile campo a strappar?

E i vegliardi che ai casti pensieri

Della tomba già schiudon la mente,

Ché non tentan la turba furente

Con prudenti parole placar?

Come assiso talvolta il villano

Sulla porta del cheto abituro

Segna il nembo che scende lontano

Sopra i campi che arati ei non ha;

Così udresti ciascun che sicuro

Vede lungi le armate coorti,

Raccontar le migliaja de' morti,

E la piéta dell'arse città.

Là, pendenti dal labbro materno

Vedi i figli che imparano intenti

A distinguer con nomi di scherno

Quei che andranno ad uccidere un dì;

Qui le donne alle veglie lucenti

De' monili far pompa e de' cinti,

Che alle donne diserte de' vinti

Il marito o l'amante rapì.

 

Il dialogo ha termine e il coro, con un'esclamazione di dolore, riprende a descrivere la battaglia in tutta la sua violenza:

 

Ahi sventura! sventura! sventura!

Già la terra è coperta d'uccisi;

Tutta è sangue la vasta pianura;

Cresce il grido, raddoppia il furor.

 

Per sottolineare l’orrore e la follia di quella lotta fratricida, il coro si pone domande con amara ironia. In questo scontro non ci sono né vinti né vincitori perché si combatte fra uomini della stessa nazione, fra fratelli:

 

Perché tutti sul pesto cammino

Dalle case, dai campi accorrete?

Ognun chiede con ansia al vicino,

Che gioconda novella recò?

Donde ei venga, infelici, il sapete,

E sperate che gioia favelli?

I fratelli hanno ucciso i fratelli:

Questa orrenda novella vi do.

 

Ma neppure lo straniero che approfitta di queste lotte per invadere l'Italia può starsene tranquillo: la giustizia divina prima o poi colpisce chi reca offesa al prossimo. Tutti gli uomini sono figli di Dio, che li ha creati a sua immagine (Tutti fatti a sembianza d'un Solo) e nessuno ha il diritto di infrangere questo sacro vincolo. Nei versi finali, l'idea di fratellanza non coinvolge più solo chi appartiene alla stessa nazione ma si allarga all'intera comunità umana:

 

Stolto anch'esso! Beata fu mai

Gente alcuna per sangue ed oltraggio?

Solo al vinto non toccano i guai;

Torna in pianto dell'empio il gioir.

Ben talor nel superbo viaggio

Non l'abbatte l'eterna vendetta;

Ma lo segna; ma veglia ed aspetta;

Ma lo coglie all'estremo sospir.

Tutti fatti a sembianza d'un Solo;

Figli tutti d'un solo Riscatto,

In qual ora, in qual parte del suolo,

Trascorriamo quest'aura vital

Siam fratelli; siam stretti ad un patto:

Maledetto colui che l'infrange,

Che s'innalza sul fiacco che piange,

Che contrista uno spirto immortal!

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