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3. Le condizioni linguistiche

    Emigrazione e lingua italiana nel mondo
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    Adesso consideriamo alcuni fattori di stampo prettamente linguistico:

     

    (a) l’alta percentuale di analfabetismo tra i soggetti scriventi (gli emigrati normalmente provenivano dalle fasce più disagiate della popolazione, soprattutto contadini;

     

    (b) l’estrema complessità dell’italiano dei semicolti (per D’Achille 1994, p. 41, coloro che «pur essendo alfabetizzati, non hanno acquisito una piena competenza della scrittura e pertanto rimangono sempre legati alla sfera dell’oralità») o popolare, e la rilevanza, al suo interno, dei dialetti;

     

    (c) l’importanza (a seconda, ovviamente, della presunta durata del trasferimento) delle lingue “di arrivo” dell’emigrazione.

     

    All’interno delle comunità di emigrati, le lingue del repertorio (dialetto, italiano, lingua del paese di arrivo) non sono impiegate in maniera indifferenziata. Come succede durante il processo di italianizzazione per la diglossia italiano-dialetto – cioè l’uso dei due codici linguistici in situazioni comunicative differenti –, così all’estero l’emigrante mostra spesso le caratteristiche di una diglossia funzionale italiano/dialetto-lingua del paese ospitante.

     

    In aggiunta ai vari gradi di analfabetismo, molto diffusi proprio negli strati della popolazione coinvolti nel fenomeno, uno dei maggiori scogli è la necessità di mettere per iscritto una lingua “degli affetti” priva quasi sempre di una codificazione scritta standard. Chiaramente la distanza dalla norma scritta si presenta in maniera più evidente nei meno scolarizzati (cfr. Spitzer 1976, pp. 13-14).