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16. Alberto Burri

Arti
Alberto Burri, "Cretto di Gibellina", 1984-89. Foto di Gabriel Valentini

Nato  a Città di Castello nel 1915, si laurea in medicina nel 1940. Nel corso della seconda guerra mondiale presta servizio come ufficiale medico; catturato dagli alleati in Tunisia viene rinchiuso nel “criminal camp” per non cooperatori a Hereford, in Texas, dove inizia a dipingere. Rientra in Italia nel 1946, prende dimora a Roma e inizia ad esporre le proprie opere, che si orientano verso l’arte astratta utilizzando materiali inconsueti per l’arte italiana del tempo, come catrame, pietra pomice, smalti sintetici.

 

Del 1949 è il primo Sacco stampato, SZ1, realizzato con iuta grossa e consunta. La serie dei Sacchi, che percorre la prima metà degli anni Cinquanta, provoca scandalo al suo apparire ma presto diventa famosissima in Italia e all’estero. Sulla tela uniformemente tinta di rosso o di nero Burri incolla dei sacchi di iuta, sempre poveri, percorsi da rammendi e cuciture. Seguono la serie delle Muffe, in cui additivi presenti nel pigmento producono sul supporto reazioni simili, appunto, a muffe, e i Gobbi. Nel 1951 partecipa alla fondazione del gruppo Origine che si propone di esaltare le qualità elementari della pittura, rinunciando all’illusione spaziale e al colore descrittivo. Alla Biennale di Venezia del 1952 espone il Grande Sacco; le successive esposizioni a  Chicago e New York, nel 1953, lo portano al successo internazionale e alla collaborazione con artisti stranieri. Inizia fra il 1956 e il 1957 a lavorare con il fuoco: con la fiamma Burri brucia legni o plastiche, con i quali poi realizza i quadri. Il fuoco, che assume il valore  metaforico di un’energia primordiale, accelera la corrosione della materia: nascono così le serie Combustioni, Ferri, Legni, Plastiche.

 

Negli anni successivi Burri, che continua ad avere un’intensa attività espositiva in Italia e all’estero, si orienta verso una produzione più monumentale, come il ciclo dei Cretti avviato nel 1973. Sono opere realizzate con l’impiego di una mistura di caolino, vinavil e pigmento fissata su cellotex (truciolato di legno pressato) che assume l’aspetto di terra essiccata, a significare la consunzione che colpisce la terra privata del suo elemento vitale, l’acqua. Il più celebre è il Cretto con cui riveste tra il 1984 e il 1989 la città di Gibellina, distrutta dal terremoto del Belice nel 1968. Il gigantesco monumento che assume l’aspetto di una serie di fratture di cemento ricopre il terreno dove sorgeva la città; con la sua superficie di circa 10 ettari il Cretto è una delle opere d’arte contemporanea più estese al mondo.

 

La tendenza alla monumentalità si avverte anche nei cicli pittorici più tardi, dove ripropone le iterazioni fra materia pura e intervento pittorico (Il viaggio, 1978-79; Sestante, 1983; Nero e oro, 1993) e nella  produzione scultorea in ferro. Artista di fama mondiale, cui il Solomon R. Guggenheim Museum di New York dedica nel 1977 un’importante mostra antologica, nel 1981 Burri inaugura in Palazzo Albizzini a Città di Castello la propria Fondazione dove tuttora sono conservate molte delle sue opere.

Muore a Nizza nel 1995.

 

 

BibliografiaAlberto Burri, a cura di Maurizio Calvesi, Milano, Fabbri, 1971; Burri, gli artisti e la materia: 1945-2004. Catalogo della mostra (Roma, 2005-2006), a cura di Maurizio Calvesi e Italo Tommasoni, Cinisello Balsamo, Silvana Editoriale, 2005.

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