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1. Nasce il melodramma

Arti
Orfeo ed Euridice (Parigi, 1764)

Atto di nascita ufficiale del melodramma è l’Euridice di Ottavio Rinuccini con la musica di Jacopo Peri – e in parte di Giulio Caccini, che dello stesso testo preparò a tempo di record anche una versione tutta sua per contendere al collega la paternità del nuovo genere – rappresentata in Palazzo Pitti a Firenze il 6 ottobre 1600 durante i festeggiamenti nuziali per Maria de’ Medici ed Enrico IV di Francia.

 

Precursori diretti del melodramma, spettacolo teatrale interamente cantato, vengono considerati intermedi e favole pastorali che alternano danza e pantomima, parola recitata e intonata (a voce sola oppure a più voci secondo lo stile contrappuntistico del madrigale), godendo di enorme favore nelle corti italiane rinascimentali. Gli intermedi, di tema prevalentemente allegorico o mitologico, collocati tra gli atti di commedie o tragedie, fanno spesso uso di effetti speciali stupefacenti, costumi sfarzosi e perfino di profumi diffusi in sala. Le favole pastorali, azioni di soggetto amoroso ambientate in selve idilliache e campi deliziosi, vedono protagonisti pastori, ninfe, divinità agresti propense al canto e al ballo. Nel melodramma confluisce inoltre la riflessione teorica sulla musica dei greci e sul suo impiego nel dramma antico portata avanti negli ultimi decenni del '500 dal circolo di intellettuali riunitosi a Firenze attorno al conte Giovanni Bardi, la cosiddetta Camerata de' Bardi cui apparteneva anche Vincenzio Galilei, padre dello scienziato Galileo.

 

Il melodramma delle origini intende “imitare con il canto chi parla” utilizzando una maniera di canto solistico (monodia) a mezzo fra il parlare ordinario e il cantare vero e proprio. Ciò viene definito recitar cantando, ossia una linea vocale che, modellando la parola con scioltezza e libertà, sorretta da un accompagnamento strumentale discreto (il basso continuo), asseconda l’andamento naturale della parola, le inflessioni e gli accenti dei versi, accrescendone la naturale musicalità e facendone vibrare gli affetti più riposti. Prevalente nelle prime opere, questa maniera di canto diviene presto fastidiosa agli ascoltatori spingendo molti a deprecare il "tedio del recitativo". 

 

Tuttavia arie e duetti vaporosi, squadrati nel passo metrico e nel profilo melodico, a metà Seicento hanno già preso il sopravvento sulla declamazione delle origini. A condurre verso tale esito contribuisce il talento teatrale del compositore cremonese Claudio Monteverdi, pervenuto con l’Orfeo (Palazzo Ducale di Mantova, 1607) a una sintesi magistrale tra splendore scenico e strumentale degli intermedi, recitar cantando fiorentino e stile madrigalistico cinquecentesco. Come accade di frequente nei primi melodrammi, anche il testo di Alessandro Striggio offre a Monteverdi diverse occasioni di realistico far musica in scena: per esempio con il brano “Possente spirto”, esibizione di abilità canora diretta ad ammansire Caronte. Del resto Orfeo è un cantore di professione e non per nulla il melodramma degli esordi si incentra sulla sua figura, emblema della potenza sovrannaturale della musica capace perfino di resuscitare i morti.

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