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Totò

Arti
Totò nel film "I soliti ignoti" (1958). Fonte: ASAC-La Biennale di Venezia

Totò, nome d'arte di Antonio de Curtis (Napoli 1898 - Roma 1967) è uno dei maggiori interpreti dell'intera storia del cinema italiano. Esordisce nel 1917 a Roma come fantasista, si afferma presto nel caffè-concerto, con la sua "marionetta disarticolata", e nel teatro di rivista (su testi di M. Galdieri), spesso affiancato da Anna Magnani. Debutta al cinema nel 1937 in "Fermo con le mani" di Gero Zambuto, ma trova una piena continuatività sul grande schermo solo nel dopoguerra, a partire da "I due orfanelli" (1947) di Mario Mattoli.

Tra gli anni quaranta e sessanta interpreta un centinaio di pellicole e diventa una delle figure cinematografiche più amate dal grande pubblico, imponendosi come maschera capace di riprendere la tradizione della commedia dell'arte e di rappresentare il disagio dei meno abbienti e la ridicolaggine di certa piccola borghesia.

I suoi lazzi verbali, il suo geniale uso di parole ("pinzillacchere", "quisquilie", "bazzecole") e costrutti aulici fuori contesto ("a prescindere", "è d'uopo"), come pure le sue doti mimiche e la capacità d'improvvisazione, rimangono caratteristiche ineguagliate del "principe della risata". Tra le commedie ormai classiche che lo hanno visto protagonista si ricordano: "Totò cerca casa" (1949, regia di Steno e Mario Monicelli), "Totò sceicco" (1950, regia di Mattoli), "Guardie e ladri" (1951, regia di Steno e Monicelli, in coppia con Aldo Fabrizi), "Totò a colori" (1952, regia di Steno, è il primo film italiano a colori), "Un turco napoletano" (1953, regia di Mattoli), "Miseria e nobiltà" (1954, di Mattoli), "Totò e Carolina" (1955, regia di Monicelli), "Siamo uomini o caporali?" (1955, regia di Camillo Mastrocinque), "Totò, Peppino e la malafemmina" (1956, regia di Mastrocinque, con Peppino De Filippo) e "I soliti ignoti" (1958, regia di Monicelli).

Afflitto da una malattia agli occhi che lo rese quasi cieco, a fine carriera trovò in Pasolini, che lo diresse in "Uccellacci e uccellini" (1966), la possibilità di distinguersi anche fuori dai propri canoni.