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La storia linguistica dell’emigrazione italiana in Europa

    Emigrazione e lingua italiana nel mondo
    Emigrati italiani all’arrivo in Germania

    L’Europa ha rappresentato un’importante meta migratoria per l’Italia fin dall’Unità. Ancora oggi il 55,3% degli italiani all’estero, secondo i dati della Fondazione Migrantes, vive in Europa. Gli emigrati del secondo dopoguerra sono partiti per l’Europa più scolarizzati e con un contatto più diretto con la lingua italiana, sebbene essa in realtà non fosse una lingua d’uso dominante nel contesto familiare e nel Paese di origine. Il mantenimento dell’italiano e del dialetto è stato favorito in Europa dalla vicinanza geografica, che consentiva periodici ritorni, e dai progetti migratori che spesso prevedevano il ritorno in patria, anche per la natura stagionale dello status lavorativo dei migranti. Inoltre l’applicazione della Legge 153/71 in Europa ha trovato ampio spazio, favorendo i processi di parallelismo con il percorso di italianizzazione che si stava svolgendo in Italia. Tutto ciò ha permesso di mantenere un contatto più stretto con il Paese di origine e con il suo spazio linguistico, concentrandosi attorno ai due poli del dialetto e dell’italiano, oltre che della lingua del Paese di arrivo. Tuttavia, l’evoluzione dello spazio linguistico delle comunità è fortemente diversificata a seconda delle condizioni di ogni singolo Paese, dell’architettura del suo spazio linguistico, delle sue politiche linguistiche, educative e di integrazione.

     

    In Francia l’apprendimento del francese è stato interpretato come un obiettivo fondamentale per l’integrazione e il successo migratorio, relegando l’uso dell’italiano ai soli contesti familiari. Fino agli anni Ottanta la percezione della lingua italiana era particolarmente negativa, arrivando a sfociare in atteggiamenti ostili verso le associazioni italiane che in altri contesti migratori hanno fortemente contribuito al mantenimento dell’italiano tra i nostri emigrati. In particolare nelle generazioni successive alla prima è il francese a dominare in tutti i contesti, con conseguente perdita dell’italiano.

     

    In Belgio, dove quella italiana è una delle comunità più consistenti pur vivendo in una persistente condizione di marginalità per ragioni di natura economica, sociale e culturale, il mantenimento dell’italiano dipende essenzialmente dal luogo di residenza (con una netta differenza tra Bruxelles e il resto del Paese) e dalla posizione sociale delle famiglie italiane. I dialetti sono sostanzialmente andati persi, mentre l’italiano si è diffuso e si è mantenuto nella sua varietà popolare. Nelle famiglie di ceti sociali bassi esso è usato solo in famiglia, mentre tra gli impiegati si usa solo il francese. Tra coloro che sono usciti dalle zone residenziali a maggioranza italiana e che sono saliti più in alto nella scala sociale, invece, l’identità italiana è dichiarata apertamente con il conseguente recupero della lingua.

     

    In Gran Bretagna l’insegnamento dell’italiano vive una doppia condizione: lingua di prestigio studiata nelle scuole più prestigiose per il suo patrimonio culturale e lingua rifiutata in qualità di lingua immigrata. Con l’ondata migratoria dell’inizio degli anni Novanta però l’italiano diventa uno dei valori attorno ai quali la comunità si riconosce e non più un elemento da celare per integrarsi. Il repertorio della comunità italiana è oggigiorno composto da italiano di varietà popolare, dialetto e inglese.

     

    In Svizzera un lungo percorso ha portato la comunità italiana a integrarsi pienamente anche dal punto di vista linguistico, pur conservando il repertorio di origine nelle generazioni successive alla prima e anzi contribuendo all’affermazione e alla diffusione dell’italiano anche e soprattutto nei cantoni di lingua tedesca. Dal repertorio della comunità italiana è però fuoriuscito il dialetto. L’italiano inoltre si colloca in una posizione di forza anche grazie alla sua diffusione presso altre comunità come lingua veicolare in molti domini.

     

    La comunità italiana in Germania è la seconda comunità italiana dopo quella Argentina. Il suo patrimonio linguistico, che spesso è stato descritto nei termini di semilinguismo, di fatto oggi si caratterizza per una forte complessità, data dall’intreccio di italiano, dialetto e tedesco con sfumature e gradi differenti, convergenti in ogni caso verso un potenziale linguistico multivariato.

     

     

    Fonte: Monica Barni, Europa, in Storia linguistica dell’emigrazione italiana nel mondo, a cura di Massimo Vedovelli, Roma, Carocci, 2011, pp. 203-303.