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"La speranza di pure rivederti"

    Letteratura e teatro

    La poesia La speranza di pure rivederti è contenuta nella sezione Mottetti delle Occasioni. All’improvviso nella mente del poeta affiora – simile a un lampo luminoso (tuo barbaglio) – il ricordo della donna amata ormai lontana. L'occasione che suscita il ricordo è racchiusa fra parentesi nell'ultima strofa e rimarrebbe misteriosa se non fosse lo stesso Montale a spiegarla, seguendo l'esempio di Dante nella Vita Nova. In un commento pubblicato sul Corriere della sera del 16 febbraio 1950[1] il poeta, sotto il nome di Mirco, racconta una passeggiata tra i portici di Modena; mentre, come Leopardi, è assorto nei suoi pensieri di sempre (pensiero dominante), incontra due buffi cagnuoli simili a sciacalli, tenuti al guinzaglio da un vecchio con una divisa piena di ornamenti (gallonata):

     

    Un pomeriggio d’estate Mirco si trovava a Modena e passeggiava sotto i portici. Angosciato com’era e sempre assorto nel suo pensiero dominante, stupiva che la vita gli presentasse come dipinte o riflettesse su uno schermo tante distrazioni. Era un giorno troppo gaio per un uomo non gaio. Ed ecco apparire a Mirco un vecchio in divisa gallonata che trascinava con una catenella due riluttanti cuccioli color sciampagna, due cagniuoli che a una prima occhiata non parevano né lupetti, né bassotti, né volpini. Mirco si avvicinò al vecchio e gli chiese: Che cani sono questi? E il vecchio secco e orgoglioso: Non sono cani, sono sciacalli. (Così pronunciò da buon settentrionale incolto; e scantonò poi con la sua pariglia).

    Clizia amava gli animali buffi. Come si sarebbe divertita a vederli! Pensò Mirco. E da quel giorno non lesse il nome di Modena senza associare quella città all’idea di Clizia e dei due sciacalli. Strana, persistente idea. Che le due bestiole fossero inviate da lei, quasi per emanazione? Che fossero un emblema, una citazione occulta, un senhal? O forse erano solo un’allucinazione, i segni premonitori della sua decadenza, della sua fine?

    Fatti consimili si ripeterono spesso; non apparvero più sciacalli ma altri strani prodotti della boîte à surprise (scatola a sorpresa) della vita: cani barboni, scimmie, civette sul trespolo, menestrelli, ... E sempre sul vivo della piaga scendeva il lenimento di un balsamo. Una sera Mirco si trovò alcuni versi in testa, prese una matita e un biglietto del tranvai (l’unica carta che avesse nel taschino) e scrisse queste righe: La speranza di pure rivederti – m’abbandonava; – e mi chiesi se questo che mi chiude – ogni senso di te, schermo d’immagini, – ha i segni della morte o dal passato – è in esso, ma distorto e fatto labile, – un tuo barbaglio.

    S’arrestò, cancellò il punto fermo e lo sostituì con due punti perché sentiva che occorreva un esempio che fosse anche una conclusione. E terminò così: "(a Modena fra i portici, – un servo gallonato trascinava – due sciacalli al guinzaglio)". Dove la parentesi voleva isolare l’esempio e suggerire un tono di voce diverso, lo stupore di un ricordi intimo e lontano.

     

    Ho toccato un punto (un punto solo) del problema dell’oscurità o dell’apparente oscurità di certa arte d’oggi: quella che nasce da un’estrema concentrazione e da una confidenza forse eccessiva nella materia trattata.

     

    La speranza di pure rivederti è un mottetto che presenta una struttura particolare rispetto a quella classica: le strofe non hanno rima ma l'ultimo verso del primo e del secondo periodo (m'abbandonava e un tuo barbaglio) sono in rima baciata con i due versi finali (trascinava/al guinzaglio). Un modo per stabilire un legame forte fra i tre momenti, per indicare che la chiave di lettura dell'intera poesia si trova nella parentesi conclusiva.

     

    La speranza di pure rivederti
    m’abbandonava;

    e mi chiesi se questo che mi chiude
    ogni senso di te, schermo d’immagini,
    ha i segni della morte o dal passato
    è in esso, ma distorto e fatto labile,
    un tuo barbaglio:

    (a Modena, tra i portici,
    un servo gallonato trascinava
    due sciacalli al guinzaglio).

     

     



    [1] Oggi il commento si trova in: Eugenio Montale, Sulla poesia, Milano, Mondadori, 1976.

     

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