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Lo scudiero dei classici

    Letteratura e teatro

    Carducci si definisce con il celebre appellativo di “scudiero dei classici” nella prefazione alla raccolta Poesie uscita nel 1871, che comprende Decennalia[1], Levia Gravia e Juvenilia. La prefazione non ha titolo ed è preceduta solo dalle parole “Al lettore”; verrà ristampata nel 1882 con titolo Raccoglimenti.[2] Queste pagine rappresentano anche un valido esempio della sua scrittura in prosa, vivace, fresca e fortemente autobiografica.

    Il poeta parla di sé come un ribelle che non ama condividere l’opinione comune: stare nelle maggioranze lo fa sentire a disagio, come un pesce fuor d’acqua. Nel 1858 e nel 1859 ha composto versi che inneggiavano all’unificazione dell’Italia sotto i Savoia (gittar la corona oltre il Po) e a Roma capitale (sciogliere il voto nazionale in Roma) , quando in Toscana erano solo pochi scapestrati (rompicolli) ad avere tali idee. Su questi versi, che pur ebbero successo, Carducci esprime un giudizio molto severo, utilizzando similitudini efficaci: erano de' miei peggiori, afferma, banali, retorici, pieni di inutili orpelli (comparse d’un ballo allegorico, rappresentazioni colorate di battaglie e di miracoli che si vedono su le fiere de’ villaggi…).

     

    Io poi mi sento di natura mia inclinato alla opposizione, anche in letteratura: nelle maggioranze sono un pesce fuor d' acqua. Nel 59, per esempio, mi trovai d' accordo, come doveva, coi più per il plebiscito e l' unità ; e feci de’ versi. Per dir meglio, ne composi sin dal decembre del 58, coi quali consigliava il re a gittar la corona oltre Po, a farsi tribuno armato della rivoluzione italiana e sciogliere il voto nazionale in Roma: allora nella piccola Toscana che pensassero all'unità e a Roma eramo pochi rompicolli, i quali volevano precipitar le cose a rovina. Quei versi li ristamperei, se fossimo in repubblica: ora non lo fo, per più ragioni degne; e anche perché sono de’ miei peggiori: troppo rassomigliano alla rimeria politica di quei tempi; declamazioni consuetudinarie, fantasie per enumerazione, imagini a mo' di comparse d' un ballo allegorico, e sòpravi una gran mano di biacca; come quelle rappresentazioni colorate di' battaglie e di miracoli che si vendono su le fiere de’ villaggi, dove tutte le figure stanno 1' una dopo 1' altra con le braccia levate e il mostaccino tondo e carminiate e grande sfoggio di rosso di turchino e di giallo negli abiti E pure poco ci mancò che per qualche tempo non riuscissi in Toscana il poeta laureato dell' opinion pubblica divenuta poi unitaria. Quando ci ripenso, mi si accappona la pelle.

     

    Superato il rischio di continuare a scrivere versi di quel tipo (la scampai) Carducci si dedica alla filologia e all’erudizione; si avvicina anche alla poesia romantica ma non si lascia sedurre e travolgere dal suo misticismo (né mi ammaliarono i grandi occhi vitrei della Circe mistica). Resta ostinatamente fedele alla classicità (ostinazione classica) e alla fine, con grande soddisfazione (quanto piacqui a me stesso) comprende che il suo paganesimo e il suo culto per la forma derivano dalla giusta avversione – condivisa da molti in Europa – per le idee conservatrici e moralistiche nate in seguito al Congresso di Vienna del 1815, che aveva segnato l’inizio della Restaurazione.

     

    Questa consapevolezza segna il passaggio di Carducci dal culto della classicità pagana (inno a Febo Apolline) a una decisa posizione anticlericale che si esprime nell’Inno a Satana:

     

    La scampai; e, per liberarmi da ogni tentazione, presi un bagno freddo di filologia e mi ravvolsi pel lenzuolo funerario dell' erudizione. Mi era dolce, in quel grande anfanare (affaccendarsi) di vita nuova, immedesimarmi con le ombre incappucciate del secolo XIV e XV. E costeggiai il mare morto del medio evo, per entro le cui acque plumbee si scorgono ancora le mine della città del passato: e i fiori azzurri della poesia romantica che velano lo sdrucciolo delle rive non m'inebriarono di estenuazione; còlti, come quei della leggenda ei tornano in cenere: né mi ammaliarono i grandi occhi vitrei della Circe mistica che balenano fissi di fondo al baratro. Studiava al tempo stesso, per converso, il movimento della rivoluzione nella storia e nella letteratura. Onde si manifestava in me a mano a mano non una innovazione ma una esplicazione che mi meravigliava e mi confortava. Quanto piacqui a me stesso (perdonatemi) quando mi accorsi che la mia ostinazione classica era giusta avversione alla reazion letteraria e filosofica del 1815, e potei ragionarla con le dottrine e gli esempi di tanti illustri pensatori ed artisti! quando sentii che i miei peccati di paganesimo li avean già commessi, ma di quale altra splendida guisa!, molti de’ più nobili ingegni e animi d' Europa, che questo paganesimo, questo culto della forma, altro in fine non era che amore della nobile natura da cui la solitaria astrazione semitica aveva si a lungo e con sì feroce dissidio alienato lo spirito dell' uomo! Allora quel primo e mal distinto sentimento di opposizione quasi scettica divenne concetto, ragione, affermazione: l'inno a Febo Apolline diventò l'inno a Satana.

     

    Gli anni che vanno dal 1861 al 1865 sono molto felici per Carducci, che vive serenamente dedicandosi agli studi e alla famiglia. Frutto di questo periodo di riflessione e maturazione sono Juvenilia, Levia Gravia e Decennalia, nati dallo studio dei grandi autori della letteratura italiana e dall’approfondimento dei classici: questi sono sempre stati il suo costante riferimento, mentre alle letterature straniere ha dedicato attenzione solo in modo occasionale(nelle scòrse):

     

    Oh begli anni dal ‘61 al ‘65 vissuti in pacifica e ignota solitudine fra gli studi e la famiglia, la quale tu governavi ancora, o madre mia veneranda che m'insegnasti a leggere su l' Alfieri e non m' inculcasti la superstizione! Allora i solenni tumulti del pensiero passarono su l' anima mia come i tuoni di maggio, a' quali succede la pioggia feconda e il sereno scintillante d' iridi e il profumo della terra vegetante e uno sbocciare e un fiorire da per tutto. Allora di mezzo alle iniziali dipinte di un codice del secolo decimoquarto le idee del rinascimento mi folgoravano ardite come occhi di ninfe antiche ne' fiori […] La imagine di Dante parca parea guardare dall' alto, accigliata e in atto crucciosa, e mormorare  Oh istoltissime e vilissime bestiuole che presumete....  con quel che segue nel trattato IV capitolo v del Convito […].

    Nei Juvenilia sono lo scudiero dei classici; nei Levia Gravia faccio la mia vigilia d'armi; nei Decennali, dopo i primi colpi di lancia un po' incerti e consuetudinari, corro le avventure a tutto mio rischio e pericolo. Mossi, e me ne onoro, dall' Alfieri, dal Parini, dal Monti, dal Foscolo, dal Leopardi; per essi e con essi risalii agli antichi, m'intrattenni con Dante e col Petrarca; ad essi, pur nelle scorse per le letterature straniere, ebbi l'occhio sempre […]. Bologna, 19 febbraio 1871.



    [1] Sono poesie di argomento politico composte nel decennio 1860-1870

    [2] Giosuè Carducci, Raccoglimenti, in Opere, Edizione Nazionale, XXIV: Confessioni e battaglie, serie I, Bologna, Zanichelli, 1937

     

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