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"Quer pasticciaccio brutto de via Merulana": il dottor Ingravallo

    Letteratura e teatro

    Il romanzo Quer pasticciaccio brutto de via Merulana inizia con la presentazione di Francesco (detto Ciccio) Ingravallo, il commissario che svolgerà le indagini riguardo all’assassinio di Liliana Balducci, rinvenuta con la gola tagliata nel suo appartamento romano in via Merulana, un quartiere della buona borghesia. La presentazione del commissario è particolarmente significativa perché, descrivendo il suo personaggio, Gadda mette a fuoco anche i vari “volti” e significati di “pasticciaccio”, il termine che dà il titolo al romanzo e che rappresenta uno dei temi-chiave dell’intera vicenda e di tutta la sua poetica.

     

    Don Ciccio, di origine molisana, uno dei più giovani comandati alla squadra mobile della polizia (mobile), è sempre presente (ubiquo e onnipresente) nei casi e nelle vicende poco chiare (tenebrosi) e nonostante i suoi trentacinque anni, conosce le cose del mondo (una certa praticaccia); caratteristiche fisiche particolari: due protuberanze (bernoccoli) della fronte - definite metafisiche perché la fronte è ritenuta sede del pensiero - e l’andatura pesante (greve) e ciondolante (dinoccolata):

     

    Tutti oramai lo chiamavano don Ciccio. Era il dottor Francesco Ingravallo comandato alla mobile: uno dei più giovani e, non si sa perché, invidiati funzionari della sezione investigativa: ubiquo ai casi, onnipresente su gli affari tenebrosi. Di statura media, piuttosto rotondo della persona, o forse un po' tozzo, di capelli neri e folti e cresputi che gli venivan fuori dalla fronte quasi a riparargli i due bernoccoli metafisici dal bel sole d'Italia, aveva un'aria un po' assonnata, un'andatura greve e dinoccolata, un fare un po' tonto come di persona che combatte con una laboriosa digestione: vestito come il magro onorario statale gli permetteva di vestirsi, e con una o due macchioline d'olio sul bavero, quasi impercettibili però, quasi un ricordo della collina molisana. Una certa praticaccia del mondo detto "latino", benché giovine (trentacinquenne), doveva di certo avercela: una certa conoscenza degli uomini: e anche delle donne.

     

    La descrizione di Ingravallo termina con una considerazione sulla sua conoscenza del mondo femminile (e anche delle donne) che porta all’introduzione di un altro personaggio: la padrona di casa, vedova, che adora il commissario nonostante la confusione (arruffio) creata dalle continue telefonate (trillo), dalle comunicazioni della polizia contenute in buste gialle (ogni busta gialla), dalle chiamate a ogni ora del giorno e della notte (notturne e d’ore senza pace); per lei, infatti, avere come affittuario quell’impiegato statale (lo statale distintissimo) ha significato onorabilità a livello sociale e opportunità di sfuggire alla multa prevista per chi non ha la licenza di affittacamere (licenza di locazione):

     

    La sua padrona di casa lo venerava, a non dire adorava: in ragione di e nonostante quell’arruffio strano d’ogni trillo e d’ogni busta gialla imprevista, e di chiamate notturne e d’ore senza pace, che formavano il tormentato contesto del di lui tempo. “Non ha orario, non ha orario! Ieri mi è tornato che faceva giorno!”. Era, per lei, lo «statale distintissimo» lungamente sognato, preceduto da cinque A sulla inserzione del Messaggero, evocato, pompato fuori dall’assortimento infinito degli statali con quell’esca della “bella assolata affittasi” e non ostante la perentoria intimazione in chiusura: “Escluse donne”: che nel gergo delle inserzioni del Messaggero offre, com’è noto, una duplice possibilità d’interpretazione. E poi era riuscito a far chiudere un occhio alla questura su quella ridicola storia dell’ammenda… sì, della multa per la mancata richiesta della licenza di locazione… che se la dividevano a metà, la multa, tra governatorato e questura. “Una signora come me! Vedova del commendatore Antonini! Che si può dire che tutta Roma lo conosceva: e quanti lo conoscevano, lo portavano tutti in parma de mano, non dico perché fosse mio marito, bon’anima! E mo me prendono per un’affittacamere! Io affittacamere? Madonna santa, piuttosto me butto a fiume.”

     

    Poi, di nuovo Gadda torna al commissario, e ci fa conoscere le sue idee filosofiche (teoretiche) riguardo ai casi della vita. Per Ingravallo le catastrofi impreviste (inopinate) non hanno mai un’unica causa (causali), come sostengono alcuni filosofi, ma sono generate da svariati motivi e, simili a cicloni, rappresentano per tutti una fase di profondo e generale sconvolgimento per tutta l’umanità (depressione ciclonica nella coscienza del mondo - si noti l'uso di termini tecnici relativi alla metereologia). “Pasticciaccio”, quindi, è il groviglio (garbuglio, gomitolo, gnommero) di eventi rappresentato dal sovrapporsi ed intrecciarsi delle presentazioni di Ingravallo e della padrona di casa, e di queste presentazioni con le riflessioni del commissario; ma è anche la vita, l’intrecciarsi degli eventi che rendono la realtà inestricabile e incomprensibile:

     

    Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo. Ma il termine giuridico “le causali, la causale” gli sfuggiva preferentemente di bocca: quasi contro sua voglia. L’opinione che bisognasse “riformare in noi il senso della categoria di causa” quale avevamo dai filosofi, da Aristotele o da Emmanuele Kant, e sostituire alla causa le cause era in lui una opinione centrale e persistente: una fissazione, quasi: che gli evaporava dalle labbra carnose, ma piuttosto bianche, dove un mozzicone di sigaretta spenta pareva, pencolando da un angolo, accompagnare la sonnolenza dello sguardo e il quasi-ghigno, tra amaro e scettico, a cui per “vecchia” abitudine soleva atteggiare la metà inferiore della faccia, sotto quel sonno della fronte e delle palpebre e quel nero pìceo della parrucca.

     

    “Pasticciaccio” è anche l’insieme delle cause (rosa di causali) che hanno generato il delitto e che vorticano come un mulinello (a molinello) intorno al commissario. L’omicidio di Liliana diventa perciò lo specchio del debole senso delle cose, di una realtà priva di significato e di forza (debilitata “ragione del mondo”):

     

    La causale apparente, la causale principe, era sì, una. Ma il fattaccio era l’effetto di tutta una rosa di causali che gli eran soffiate addosso a molinello (come i sedici venti della rosa dei venti quando s’avviluppano a tromba in una depressione ciclonica) e avevano finito per strizzare nel vortice del delitto la debilitata “ragione del mondo”. Come si storce il collo a un pollo.

     

    “Pasticciaccio”, infine, è la situazione in cui si trova l’Italia (la baracca dei taliani), simile a una costruzione fragile e traballante che, come accade nei commissariati e nella squadra mobile, per essere rimessa in sesto ha bisogno di senso di responsabilità e di capacità decisionali (decisione sicura) temperate da una forte coscienza civile (moderazione civile):

     

    I fumi e le filosoficherie son da lasciare ai trattatisti: la pratica dei commissariati e della squadra mobile è tutt’un altro affare: ci vuole della gran pazienza, della gran carità: uno stomaco pur anche a posto: e, quando non traballi tutta la baracca dei taliani, senso di responsabilità e decisione sicura, moderazione civile; già: già: e polso fermo. Di queste obiezioni così giuste lui, don Ciccio, non se ne dava per inteso: seguitava a dormire in piedi, a filosofare a stomaco vuoto, e a fingere di fumare la sua mezza sigheretta, regolarmente spenta.

     

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