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"I Promessi Sposi": Don Abbondio

Letteratura e teatro

Don Abbondio è il primo personaggio dei Promessi sposi ad entrare in scena.

Il romanzo ha inizio con l'incontro fra il curato, pauroso e pusillanime, e i due uomini armati (bravi) che Don Rodrigo gli ha inviato per convincerlo a non celebrare il matrimonio di Renzo e Lucia. Don Abbondio è un uomo privo di qualsiasi grandezza e inadeguato di fronte ai suoi doveri di sacerdote. L'indole pigra e indolente del curato traspare dal modo in cui legge e cammina, descritti quasi a rallentatore, un movimento dopo l'altro, utilizzando la coordinazione e la ripetizione:

 

Per una di queste stradicciole, tornava bel bello dalla passeggiata verso casa, sulla sera del giorno 7 novembre dell’anno 1628, don Abbondio, curato d’una delle terre accennate di sopra: il nome di questa, né il casato del personaggio, non si trovan nel manoscritto, né a questo luogo né altrove. Diceva tranquillamente il suo ufizio, e talvolta, tra un salmo e l’altro, chiudeva il breviario, tenendovi dentro, per segno, l’indice della mano destra, e, messa poi questa nell’altra dietro la schiena, proseguiva il suo cammino, guardando a terra, e buttando con un piede verso il muro i ciottoli che facevano inciampo nel sentiero: poi alzava il viso, e, girati oziosamente gli occhi all’intorno, li fissava alla parte d’un monte, dove la luce del sole già scomparso, scappando per i fessi del monte opposto, si dipingeva qua e là sui massi sporgenti, come a larghe e inuguali pezze di porpora. Aperto poi di nuovo il breviario, e recitato un altro squarcio, giunse a una voltata della stradetta, dov’era solito d’alzar sempre gli occhi dal libro, e di guardarsi dinanzi: e così fece anche quel giorno.

 

La placida vita del curato viene sconvolta dalle minacce dei bravi. Alla descrizione lenta e minuziosa della passeggiata si sostituisce un dialogo in cui alle frasi dirette e sbrigative pronunciate dai due uomini fa da contrappunto il linguaggio cerimonioso di Don Abbondio; il suo imbarazzo di fronte alle richieste dei bravi è sottolineato dai frequenti puntini di sospensione presenti nelle risposte:

 

“Signor curato,” disse un di que’ due, piantandogli gli occhi in faccia.

“Cosa comanda?” rispose subito don Abbondio, alzando i suoi dal libro, che gli restò spalancato nelle mani, come sur un leggìo.

“Lei ha intenzione,” proseguì l’altro, con l’atto minaccioso e iracondo di chi coglie un suo inferiore sull’intraprendere una ribalderia, “lei ha intenzione di maritar domani Renzo Tramaglino e Lucia Mondella!”

“Cioè...” rispose, con voce tremolante, don Abbondio: “cioè. Lor signori son uomini di mondo, e sanno benissimo come vanno queste faccende. Il povero curato non c’entra: fanno i loro pasticci tra loro, e poi... e poi, vengon da noi, come s’anderebbe a un banco a riscotere; e noi... noi siamo i servitori del comune.”

 

Dopo l'incontro coi bravi, Don Abbondio, con le gambe paralizzate dalla paura (aggranchiate) riprende la strada verso caso. Manzoni lo accompagna con benevola ironia: da una parte utilizza la litote per descriverne la pochezza, dall'altra si serve di immagini estremamente efficaci (animale senza artigli e senza zanne, vaso di terra cotta) per suscitare nel lettore una qualche indulgenza nei confronti del suo personaggio:

 

Il povero don Abbondio rimase un momento a bocca aperta, come incantato; poi prese quella delle due stradette che conduceva a casa sua, mettendo innanzi a stento una gamba dopo l’altra, che parevano aggranchiate .

 

Don Abbondio (il lettore se n’è già avveduto) non era nato con un cuor di leone. Ma, fin da’ primi suoi anni, aveva dovuto comprendere che la peggior condizione, a que’ tempi, era quella d’un animale senza artigli e senza zanne, e che pure non si sentisse inclinazione d’esser divorato.

 

Il nostro Abbondio non nobile, non ricco, coraggioso ancor meno, s’era dunque accorto, prima quasi di toccar gli anni della discrezione, d’essere, in quella società, come un vaso di terra cotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro. Aveva quindi, assai di buon grado, ubbidito ai parenti, che lo vollero prete. Per dir la verità, non aveva gran fatto pensato agli obblighi e ai nobili fini del ministero al quale si dedicava: procacciarsi di che vivere con qualche agio, e mettersi in una classe riverita e forte, gli eran sembrate due ragioni più che sufficienti per una tale scelta.

 

Secondo Manzoni bisogna comprendere la fragilità umana, messa a dura prova dalle ingiustizie di chi esercita senza scrupoli il potere: i prepotenti - e la società che essi rappresentano – sono i veri responsabili di comportamenti meschini come quelli di Don Abbondio. Lo scrittore affida questa riflessione alla santa e autorevole figura del Cardinale Borromeo che, mentre rimprovera il curato per aver mancato ai suoi doveri, non può fare a meno di affermare:

 

Dio sa quel che faremmo noi nel caso stesso, quel che abbiam fatto in casi somiglianti!

 

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