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"Il Principe": le edizioni e le interpretazioni

    Letteratura e teatro

    La prima edizione del Principe esce in Italia fra il 1531 e il 1532 e nel 1559 già compare nell’Indice dei libri proibiti. Da questo momento l’opera, spesso distorta nel suo significato e aspramente criticata, continuerà a diffondersi liberamente nei paesi protestanti mentre in Italia circolerà solo in forma clandestina: due secoli dopo, nel 1782, il granduca Leopoldo di Toscana, promotore di una politica illuminata e riformista, farà pubblicare di nuovo il Principe.

     

     

    Fra il Cinquecento e il Seicento

     

    Soprattutto in Francia c’è una forte opposizione a Machiavelli, determinata non da un reale approfondimento del suo pensiero ma da ragioni di politica interna: l’ostilità verso gli italiani al seguito di Caterina de’ Medici, reggente dopo la morte di Enrico II; il rifiuto da parte dei protestanti francesi – gli ugonotti – di qualsiasi tipo di stato che non si basi su una visione religiosa; l’opposizione della borghesia alla formazione di una monarchia assoluta basata sul potere di un solo uomo.

     

     

    Il Settecento e l’Ottocento

     

    Gli Illuministi assumono nei confronti di Machiavelli due posizioni opposte: alcuni lo ritengono un sostenitore del dispotismo, come Federico II di Prussia[1], altri della libertà repubblicana, come Rousseau e Ugo Foscolo[2]. In Italia, durante il Risorgimento, Machiavelli verrà ritenuto generalmente un profeta dell’unità del paese; i cattolici e Mazzini, però, condanneranno la sua visione politica, in cui sono assenti principi morali e spirituali. Francesco De Sanctis, nella sua Storia della Letteratura Italiana, lo considera il “fondatore dei tempi moderni” perché ha superato l’idea medievale di trascendenza per affermare la piena autonomia dell’uomo di fronte alla storia.

     

     

    Dal Novecento a oggi.

     

    L’uso strumentale del pensiero di Machiavelli non cessa durante il ‘900: Mussolini interpreta l’autore del Principe come un convinto sostenitore dello stato totalitario[3]; Antonio Gramsci, incarcerato dal fascismo, lo vede come un fautore dei moderni Stati europei[4]. Anche ai giorni nostri importanti uomini politici italiani hanno scritto introduzioni al testo di Machiavelli[5].



    [1] Nel 1739 Federico II di Prussia, monarca illuminato, nel suo Antimachiavel, si oppone alle idee di Machiavelli in favore di una politica umana e giusta che ha alla base la difesa della pace e del diritto naturale.

    [2] Nel Contratto sociale, il filosofo Jean Jacques Rousseau scrive. “ Fingendo di dare lezione ai re, egli ne ha date di importanti ai popoli. Il Principe di Machiavelli è il libro dei repubblicani”; della stessa opinione è il poeta Ugo Foscolo che nei Sepolcri descrive Machiavelli come “quel grande che temprando lo scettro ai regnator/ gli allor ne sfronda, ed alle genti svela di che lacrime grondi e di che sangue”.

    [3] In Gerarchia, la rassegna mensile della rivoluzione fascista da lui fondata, Mussolini definisce il Principe “Vademecum dell’uomo di governo” – Preludio al Machiavelli, aprile 1924.

    [4] Note sul Machiavelli, sulla politica e sullo Stato moderno, in Quaderni dal carcere, 1949. Secondo Gramsci, Machiavelli individuava nei moderni Stati unitari europei l'esperienza che l'Italia avrebbe dovuto far propria per superare la crisi emersa con le guerre del Quattrocento.

    [5] N. Machiavelli, Il principe, Presentazione di B. Craxi, Milano, Mondadori, 1986; N. Machiavelli, Il Principe annotato da Napoleone Buonaparte, Premessa di Silvio Berlusconi, Milano, Silvio Berlusconi editore, 1993 

     

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