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Il "pessimismo agonistico"

    Letteratura e teatro

    Nel famoso saggio Alcune osservazioni sul pensiero di Leopardi, Sebastiano Timpanaro definisce il pessimismo di Leopardi “agonistico” cioè basato sull'impegno civile e sulla solidarietà fra gli uomini. Timpanaro ripercorre l’evoluzione e le trasformazioni del pensiero di Leopardi rispetto all’idea di progresso, a quella di pessimismo e al rapporto fra le due, mettendo in luce l’originalità e il valore della sua elaborazione filosofica e poetica. Riportiamo, con adattamenti, alcuni passi del saggio di Timpanaro[1]:

     

    Nel pensiero di Leopardi le esigenze progressiste non sopraffanno mai il pessimismo; anzi, nell’ultima fase, progressismo e pessimismo si esaltano e si potenziano entrambi, e l'originale tentativo di conciliazione fra i due termini, che egli compie, non significa in nessun modo vanificazione o attenuazione di uno dei due.

     

    Nella fase del cosiddetto “pessimismo storico” la concezione filosofica di Leopardi non è ancora eretta a sistema: la sua infelicità individuale è almeno in parte lo specchio della società del suo tempo condannata all'inattività e alla noia. Recanati è il luogo in cui i mali comuni a tutta l'Europa della Restaurazione si soffrono in modo particolarmente intenso ed esemplare.

     

    Dalla primavera del 1819 in poi, comincia a manifestarsi in Leopardi quello che con espressione poco felice è stato chiamato “pessimismo cosmico”, cioè la tesi della radicale e insanabile infelicità dell’uomo. La constatazione della fragilità umana di fronte alla natura non porta Leopardi a rifugiarsi nel mistero e nella trascendenza, come accade a tanti “spiriti inquieti” del suo e del nostro tempo, ma ad imboccare la strada del materialismo[2]: l'uomo è una parte insignificante dell’universo e la natura segue il suo ritmo di produzione-distruzione del tutto indipendente da ogni fine o interesse del singolo uomo o dell’umanità nel suo complesso.

     

    Il passaggio di Leopardi al materialismo si accompagna per tutto un periodo (all’incirca dal 1823 al 1829) al suo disimpegno dalla missione di poeta civile; la conversione alla prosa rappresenta la rinuncia all’eroica disperazione e alle magnanime illusioni a favore di un atteggiamento rassegnato e ironico di fronte alla realtà.

     

    La persuasione dell’infelicità radicale di tutti gli esseri viventi poteva far apparire trascurabile gli sforzi per conquistare migliori istituzioni. L’ultimo Leopardi è caratterizzato dallo sforzo di armonizzare questi due aspetti del suo pensiero: l’impegno civile e l’inutilità di tutti gli sforzi umani. Nel ben noto passo della Ginestra in cui fa appello alla solidarietà di tutti gli uomini nella lotta contro la natura, il poeta esplicita l’esigenza di far partecipe il popolo di questa nuova morale laica. Lo fa senza porre preclusioni di classe ma anche senza accennare a forme di lotta politiche o sociali: Leopardi pensa che i contrasti umani siano secondari di fronte all’esigenza di far blocco contro il nemico numero uno, l’empia Natura. Non c'è più alcuna contrapposizione di principio tra l’eroe e il volgo, anzi il pessimismo agonistico è destinato a diventare un atteggiamento comune a tutta l’umanità.

     

    Non bisogna dimenticare che la lotta contro la natura a cui il Leopardi chiama l’umanità è e rimarrà sempre una lotta disperata. Il poeta non nega la possibilità di raggiungere successi parziali di notevole rilievo (di qui la sua rivendicazione della “civiltà, che sola in meglio / guida i pubblici fati” (Ginestra, vv. 76-77), ma è certo che la vittoria definitiva spetta alla natura: tutta la Ginestra lo riafferma, come lo riafferma il Tramonto della luna che appartiene allo stesso periodo finale della vita e del pensiero leopardiano. Quello di Leopardi è un illuminismo interpretato pur sempre come filosofia dolorosa, che non dà all’uomo, insieme con la verità, anche la felicità.

     



    [1]Sebastiano Timpanaro, Alcune osservazioni sul pensiero di Leopardi, in Classicismo e illuminismo nell'Ottocento italiano, Pisa, Nistri-Lischi, 1965. Sebastiano Timpanaro (1923 –2000) è stato filologo e critico letterario.

    [2]Il materialismo è una concezione filosofica secondo la quale la materia è l'unica realtà esistente e tutto deriva dalla sua continua trasformazione

     

     

     

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