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"Mistero buffo"

    Letteratura e teatro

    «Caro Signor Fo, la dignità della parola gioca un ruolo importante nella sua opera ed è al centro della pièce dal titolo La nascita del giullare» Queste parole hanno accompagnato il conferimento del Premio Nobel a Dario Fo da parte dell’Accademia di Svezia. È significativo che si faccia menzione di uno dei brani che compongono Mistero buffo e rivela il successo internazionale di quello che è considerato il capolavoro di questo drammaturgo-attore che segue non la tradizione istituzionale del teatro, ma la forza espressiva e la grande carica comunicativa dei giullari medievali (joculatores). Il giullare, espressione teatrale del popolo, con la propria cultura e i propri sentimenti di rivolta: ecco la figura che offre a Fo i modi espressivi più consoni alle sue esigenze interpretative e comunicative. Il titolo stesso dell’opera, Mistero buffo, è emblematico della scelta di Fo di trattare l’espressione popolare nella sua forma ironico-grottesca, come mezzo di provocazione e di contestazione. Già fino dal III-IV secolo d. C. il termine “mistero” indicava uno spettacolo, una rappresentazione sacra. Un “mistero buffo” è dunque una rappresentazione di temi sacri in chiave grottesco-satirica.

     

     L’intenzione di far rivivere la cultura delle classi subalterne, da sempre messa in disparte, quasi cancellata o interpretata non nel significato autentico, si esplicita già nella premessa all’opera, con il brano dedicato a Rosa fresca aulentissima, nota anche come Contrasto di Cielo d'Alcamo, poeta della Scuola siciliana, che è un dialogo fra un gabelliere che vorrebbe fare l'amore e una ragazza che si rifiuta. Nell’interpretazione in tono popolare di Fo, Rosa fresca aulentissima diventa la conferma a una delle sue convinzioni più profonde: l'esistenza, fin dal Medioevo, di quella cultura alla quale storicamente non sono state riconosciute identità e vita autonoma.

     

    I testi medievali recitati da Fo a volte sono interamente autentici, a volte invece sono rielaborazioni: è questo il caso di Bonifacio VIII, che si basa su quanto riportato in alcune cronache venete dove si presenta un Cristo che prende a pedate il Papa per la sua condotta riprovevole. Stessa cosa Fo ha fatto per la Nascita del giullare, per il quale ha preso spunto da un testo medievale in cui si racconta che il cantastorie sia nato dalla rabbia di un villano che, non potendo più sopportare i soprusi del suo signore, tenta di impiccarsi, ma un viandante (Cristo) che passa di lì lo bacia sulla bocca compiendo un miracolo: gli dà una nuova lingua.

     

    Gli altri brani che compongono Mistero buffo sono: La fame dello Zanni, [link c] storia di una fame atavica recitata in grammelot con sproloqui e contorsioni da artista circense (aggiunta per l’edizione televisiva del 1977); La Resurrezione di Lazzaro, descrizione parodistica di uno dei miracoli più popolari del Nuovo Testamento. E ancora: Lauda dei battuti, Strage degli innocenti, Moralità del cieco e dello storpio, Le nozze di Cana, La nascita del villano, Il matto e la morte, Maria viene a conoscere la condanna imposta al figlio, Gioco del matto sotto la croce, Passione. Maria alla Croce. Questi i titoli dei brani secondo l’edizione del 1977 di Le commedie di Dario Fo[1]; sappiamo però che la rielaborazione dello spettacolo, con aggiunte e sottrazioni, non è mai terminata.

     

    I testi scritti che compongono il Mistero buffo presentano una struttura assai composita. Le parti della rappresentazione nelle quali l’attore diventa il giullare che interpreta il personaggio (papa Bonifacio, il Cieco, lo Storpio ecc.) vengono precedute e talvolta seguite da un monologo che introduce la fisionomia del personaggio e la situazione. In Bonifacio VIII, per esempio, il monologo inizia così:

     

    E arriviamo a Bonifacio VIII, il papa del tempo di Dante. Dante lo conosceva bene: lo odiava al punto che lo mise nell’inferno prima ancora che fosse morto. Un altro che lo odiava, ma in maniera un po’ diversa, era il frate francescano Jacopone da Todi, pauperista evangelico, un estremista, diremmo oggi. Era legato a tutto il movimento dei contadini poveri, soprattutto della sua zona, al punto che, in spregio alle leggi di prevaricazione imposte da Bonifacio VIII, che era una bella razza di rapinatore, aveva gridato in un suo canto: «Ah! Bonifax, che come putta hai traìto la Ecclesia!» Ahi Bonifacio che hai ridotto la Chiesa come una puttana![2]

     

    Questa parte del monologo si svolge in italiano e, quasi a sottolineare il fine didascalico che lo anima, traduce in italiano contemporaneo anche le parole di Jacopone.

    Nel momento in cui l’attore impersona il giullare che interpreta papa Bonifacio, la lingua cambia:

     

    Il giullare recita il personaggio di papa Bonifacio VIII. Mima il gesto di pregare e canta

    AL JORN DEL JUDICI

    PARRÀ QUI AVRÀ FET SERVICI

    UN REY VINDRÀ PERPETUAL

    VESTIT DE NOSTRA CARN MORTAL

    DEL CEL VINDRÀ TOT CERTAMENT

    AL JORN…

    Si interrompe e si rivolge ad un immaginario chierico dal quale si fa consegnare la mitria. Riprende a cantare

    ANS QUEL JUDICI NO SERÀ

    UN GRAN SEÑAL SA MONSTRARÀ

    (Mima di togliersi la mitria dal capo) oh! Se ol è pesanto questo! No, andemo… devo andare a caminare mi… (Finge di afferrare un altro copricapo) Eh, questo ol è bon… (Se lo caccia in capo e riprende a cantare)[3]

     

    Quando l’attore in scena rappresenta il giullare, la sua lingua diventa un italiano medievale, soprattutto nella parte cantata, e un italiano regionale di impronta veneta nella parte parlata. La frequenza delle didascalie, sia extratestuali che intratestuali (queste ultime scritte in corsivo) dimostra la complementarità rispetto al parlato del linguaggio mimico e gestuale.



    [1] Le commedie di Dario Fo, a cura di F. Rame, Torino, Einaudi, 1977, vol. V, Mistero buffo. Ci ragiono e canto.

    [2] Ivi, pp. 105-6.

    [3] Ivi, p. 113.

     

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