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"La mandragola": un capolavoro del teatro comico del ‘500

Letteratura e teatro

La Mandragola, come la maggior parte delle opere letterarie di Machiavelli nasce “nella duplice forzata inattività dell’uomo politico e del pensatore politico (l’uno estromesso dalle cure della ‘seconda segreteria’ dopo il ritorno dei Medici, l’altro deluso dalla fredda accoglienza ricevuta dal Principe[1]. Per molti critici Machiavelli in questa commedia vuol dare una rappresentazione della crisi politica in cui versa l’Italia del suo tempo: tutti i personaggi sono equivoci, gretti e spregevoli come i governanti che opprimono il Paese; Lucrezia, l’unica diversa e integra, alla fine, dovrà adattarsi a diventare come loro.

 

Il PrologoLe ragioni della commedia

Nel Prologo, Machiavelli si scusa con il pubblico per essere costretto a  trattare argomenti frivoli,  poco adatti alla sua dignità e alle sue capacità, ma non gli resta altro mezzo per  sopportare questo difficile periodo della sua vita (tristo tempo), in cui gli è vietato (è stato interciso) mostrare in altro modo le sue capacità :

 

E se questa materia non è degna,/per esser pur leggeri/d’un uomo che voglia parer saggio e grave,/scusatelo con questo, che s’ingegna/ con questi van pensieri/ fare el suo tristo tempo più suave,/perch’altrove non have/dove voltare el viso:/ chè gli è stato interciso/monstar con altre imprese altra virtue/non sendo premio alle fatiche sue.

 

Il Segretario lancia poi un’accusa contro Firenze, dove è ambientata la vicenda: questa città ha perduto la sua antica grandezza (tutta traligna/da l’antica virtù) ed è divenuta un luogo dove nessuno più s’impegna al massimo perché ogni azione nobile viene spazzata via dal vento e ricoperta dalla nebbia della maldicenza:

 

[…] per tutto traligna/da l’antica virtù el secol presente;/imperò chela gente,/vedendo ch’ognun biasma,/ non s’affatica e spasma/per far con mille suoi disagi un’opra/ che ‘l vento guasti o la nebbia ricuopra.

 

Atto III, scena XIFrate Timoteo e Sostrata convincono Lucrezia

Liguorio, astuto servo di Callimaco ha promesso a Frate Timoteo, confessore di Lucrezia, “parecchi centinaia di ducati da distribuire in limosine” (naturalmente sarà il frate a distribuirli come riterrà più opportuno). In cambio Timoteo deve persuadere la “savia” e “buona” Lucrezia a tradire il marito Nicia; Sostrata, madre della donna, lo aiuta nell’ intento. Alla fine Lucrezia cede alle stringenti argomentazioni del frate.

 

Lucrezia, stupita e incredula (Parlate voi da vero o motteggiate? ) capisce che il suo confessore vuol convincerla a commettere adulterio. Ma frate Timoteo ha ottimi argomenti: a volte le cose che da lontano sembrano terribili, viste da vicino sono ben diverse (E’ sono molte cose che discosto paiano terribili, insopportabile, strane, che, quando tu ti appressi loro, le riescono umane, sopportabili, dimestiche); spesso, come in questo caso, la paura del male è peggiore del male stesso ( però si dice che sono maggiori li spaventi ch’e mali: e questa è una di quelle) e non si deve lasciare un bene certo: mettere al mondo un bambino (Qui è un bene certo, che voi ingraviderete, acquisterete una anima a messer Domenedio) per un male incerto: la possibile - ma non sicura - morte dell’uomo con cui si congiungerà (el male incerto è che colui che iacerà, dopo la pozione, con voi, si muoia; ma e’ si truova anche di quelli che non muoiono); e poi l’adulterio è peccato quando reca dispiacere al marito, ma in questo caso… (Quanto allo atto, che sia peccato, questo è una favola, perché la volontà è quella che pecca, non el corpo; e la cagione del peccato è dispiacere al marito, e voi li compiacete; pigliarne piacere, e voi ne avete dispiacere ); infine il frate fa ricorso all’autorità della Bibbia e cita l’episodio di Lot[2] e delle sue figlie (Dice la Bibia che le figliuole di Lotto, credendosi essere rimase sole nel mondo, usorono con el padre; e, perché la loro intenzione fu buona, non peccorono).

 

Ma Lucrezia dubita ancora (Che cosa mi persuadete voi?); allora Sostrata, la madre, interviene, portando argomenti molto concreti (Làsciati persuadere, figliuola mía. Non vedi tu che una donna, che non ha figliuoli, non ha casa? Muorsi el marito, resta com’una bestia, abandonata da ognuno). Timoteo aggiunge giuramenti e rassicurazioni: il peccato che commette per accontentare vostro marito è di poco conto, come mangiare carne il mercoledì (Io vi giuro, madonna, per questo petto sacrato, che tanta conscienzia vi è ottemperare in questo caso al marito vostro, quanto vi è mangiare carne el mercodedí, che è un peccato che se ne va con l’acqua benedetta). L’ultima resistenza di.Lucrezia (A  che mi conducete voi, padre?) viene spezzata dalle dure parole della madre (Ella farà ciò che voi volete. Io la voglio mettere stasera al letto io. Di che hai tu paura, moccicona?) e da quelle suadenti del frate (Non dubitar, figliuola mia: io pregherrò Iddio per te, io dirò l’orazione dell’agnol Raffaello, che ti accompagni).

Così Lucrezia, in preda al turbamento e alla vergogna, si affida alla Madonna e finisce per accettare ( Io sono contenta: non credo mai esser viva domattina  … Dio m’aiuti e la Nostra Donna, che io non capiti male).

                       

Atto V, scena IV  Le conclusioni di Lucrezia

Finalmente Callimaco ha trascorso la notte insieme a Lucrezia e ora racconta al servo Liguorio come si è conclusa la sua avventura: tutti sono felici, compresa Lucrezia, che “condutta a fare quello che mai per me medesima avrei fatto”, ha accettato di diventare la sua amante e di riporre in lui affetto e fiducia. Per volontà di Lucrezia, Callimaco diventerà padrino di battesimo del figlio che hanno generato insieme e avrà libero accesso alla sua casa e al suo letto; il tutto, naturalmente, con il consenso di Nicia, ignaro e soddisfatto della sua paternità.

 

L’intrigo è andato a buon fine. Callimaco, soddisfatto, riferisce a Liguorio ciò che Lucrezia gli ha detto al termine della loro notte d’amore, dopo aver provato la differenza fra un amante giovane e appassionato e un marito vecchio e sciocco:

 

Poiché l’astuzia tua, la sciocchezza del mio marito, la semplicità di mia madre e la tristizia del mio confessoro mi hanno condutta a fare quello che mai per me medesima arei fatto, io voglio iudicare che venga da una celeste disposizione, che abbi voluto così, e non sono sufficiente a recusare quello che ’l Cielo vuole che io accetti. Però, io ti prendo per signore, patrone, guida: tu mio padre, tu mio defensore, e tu voglio che sia ogni mio bene; e quel che ’l mio marito ha voluto per una sera, voglio ch’egli abbia sempre. Fara’ti adunque suo compare, e verrai questa mattina alla chiesa, e di quivi ne verrai a desinare con esso noi; e l’andare e lo stare starà a te, e potreno ad ogni ora e sanza sospetto convenire insieme.

 

 

Nel 1965 Alberto Lattuada ha girato una versione cinematografica della Mandragola, con Totò nella parte di frate Timoteo; nella versione del 2009 di Edoardo Sala, lo stesso personaggio è affidato all’attore Mario Scaccia.



[1] Luigi Blasucci, Le opere letterarie di Machiavelli, Op.cit.

[2]  Soltanto il patriarca Lot e le sue figlie si salvano dalla distruzione di Sodoma. Per assicurare la discendenza, le figlie ubriacano Lot e poi hanno rapporti sessuali con lui (Genesi, 19, 30-37) 

 

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