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"La lupa"

Letteratura e teatro
Foto di scena del film "La lupa" (1953, regia di A. Lattuada). Fonte: Wikipedia

Protagonista della novella è gnà Pina, una donna di forte temperamento, con un’intensa carica erotica che la spinge a cercare di sedurre Nanni, un bel ragazzo che era tornato da soldato, e mieteva il fieno con lei. Per potergli stare vicino e soddisfare il suo desiderio, costringe la figlia Maricchia, buona e brava ragazza, a sposarlo. Alla fine Nanni, che desidera vivere in pace con Maricchia e i figli avuti da lei, per sottrarsi alle insidie di Pina finirà con ucciderla.


La novella, pubblicata per la prima volta nel febbraio del 1880 sulla Rivista nuova di scienze, lettere e arti, ebbe un successo così grande che Verga decise di ricavarne un dramma teatrale, rappresentato il 26 gennaio 1896 al Teatro Gerbino di Torino. Da La lupa sono stati tratti anche due film, il primo diretto da Alberto Lattuada (1953), il secondo da Gabriele Lavia (1996).

 

La novella inizia con la descrizione della protagonista. Pina è una donna con caratteristiche che la rendono completamente estranea al modello femminile fondato sulla rinuncia e la sottomissione accettato dalla comunità. Per i suoi compaesani, quindi, è una strega, una lupa affamata e pericolosa. Verga la disegna con colori decisi – il nero (bruna), il bianco (pallida, pallore), il rosso (labbra rosse) – e tratti forti e netti (alta, magra, seno fermo e vigoroso, occhi grandi):

 

Era alta, magra, aveva soltanto un seno fermo e vigoroso da bruna  e pure non era più giovane  era pallida come se avesse sempre addosso la malaria, e su quel pallore due occhi grandi così, e delle labbra fresche e rosse, che vi mangiavano.

Al villaggio la chiamavano la Lupa perché non era sazia giammai  di nulla.

 

Gnà Pina è completamente diversa dalla figlia Maricchia, sposa sottomessa e madre devota. Pina somiglia a un uomo per il modo di vivere la sessualità e per la grande forza fisica.

 

Maricchia stava in casa ad allattare i figliuoli, e sua madre andava nei campi, a lavorare cogli uomini, proprio come un uomo, a sarchiare, a zappare, a governare le bestie, a potare le viti, fosse stato greco e levante di gennaio, oppure scirocco di agosto, allorquando i muli lasciavano cader la testa penzoloni, e gli uomini dormivano bocconi a ridosso del muro a tramontana. In quell’ora fra vespero e nona, in cui non ne va in volta femmina buona, la gnà Pina era la sola anima viva che si vedesse errare per la campagna, sui sassi infuocati delle viottole, fra le stoppie riarse dei campi immensi, che si perdevano nell’afa, lontan lontano, verso l’Etna nebbioso, dove il cielo si aggravava sull’orizzonte.

 

Questo suo sconfinare nel mondo maschile fa di lei una creatura infernale e  demoniaca. Nanni la percepisce come un diavolo tentatore, che si è impossessato di lui (ficcarglisi nell’anima e nel corpo):

 

Il brigadiere fece chiamare Nanni; lo minacciò sin della galera e della forca. Nanni si diede a singhiozzare ed a strapparsi i capelli; non negò nulla, non tentò di scolparsi.  È la tentazione!  diceva;  è la tentazione dell’inferno!  Si buttò ai piedi del brigadiere supplicandolo di mandarlo in galera.

 Per carità, signor brigadiere, levatemi da questo inferno! Fatemi ammazzare, mandatemi in prigione! non me la lasciate veder più, mai! mai!

 

La voracità, il desiderio – l’insaziabile fame di tutto  contraddistinguono Pina: ha l’andare randagio e sospettoso della lupa affamata che spolpa gli uomini in un batter d’occhio. Ecco come Verga descrive il sentimento che la donna prova per Nanni:

 

 […] ma proprio quello che si dice innamorarsi, sentirsene ardere le carni sotto al fustagno del corpetto, e provare, fissandolo negli occhi, la sete che si ha nelle ore calde di giugno, in fondo alla pianura.

 

Anche il paesaggio rimanda all’erotismo ardente e alla passione irrefrenabile che bruciano gnà Pina; l’ora del giorno che predilige è quella fra vespero e nona, quando, secondo un proverbio popolare, nessuno sta in giro, né gli uomini né le donne oneste (femmina bona):

 

Nei campi immensi, dove scoppiettava soltanto il volo dei grilli, quando il sole batteva a piombo, la Lupa, affastellava manipoli su manipoli, e covoni su covoni, senza stancarsi mai […]

 

In quell’ora fra vespero e nona, in cui non ne va in volta femmina buona, la gnà Pina era la sola anima viva che si vedesse errare per la campagna, sui sassi infuocati delle viottole, fra le stoppie riarse dei campi immensi, che si perdevano nell’afa, lontan lontano, verso l’Etna nebbioso, dove il cielo si aggravava sull’orizzonte.

 

L’ora fra vespero e nona, l’ora della Lupa, diventa per Nanni il simbolo della tentazione che si avvicina:

 

 No! non ne va in volta femmina buona nell’ora fra vespero e nona!  singhiozzava Nanni, ricacciando la faccia contro l’erba secca del fossato, in fondo in fondo, colle unghie nei capelli.  Andatevene! andatevene! non ci venite più nell’aia! –

 

Ma nell’aia ci tornò delle altre volte, e Nanni non le disse nulla. Quando tardava a venire anzi, nell’ora fra vespero e nona, egli andava ad aspettarla in cima alla viottola bianca e deserta, col sudore sulla fronte  e dopo si cacciava le mani nei capelli, e le ripeteva ogni volta:  Andatevene! andatevene! Non ci tornate più nell’aia!

 

Ed è in quell’ora che gnà Pina va incontro al suo destino, portando un fascio di papaveri, rossi come il sangue e il desidero, quasi cercando nella morte una liberazione dalla fame che la divora (mangiandoselo con gli occhi neri):

 

Ei come la scorse da lontano, in mezzo a’ seminati verdi, lasciò di zappare la vigna, e andò a staccare la scure dall’olmo. La Lupa lo vide venire, pallido e stralunato, colla scure che luccicava al sole, e non si arretrò di un sol passo, non chinò gli occhi, seguitò ad andargli incontro, con le mani piene di papaveri rossi, e mangiandoselo con gli occhi neri.  Ah! malanno all’anima vostra!  balbettò Nanni.

 

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