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"La luna e i falò", il romanzo della maturità

Letteratura e teatro

La luna e i falò, è dedicato a Constance Dowling, la donna amata da Pavese, con le parole Ripeness is all, la maturità è tutto.

 

Come la maggior parte dei romanzi di Pavese, è scritto in prima persona e fortemente autobiografico: il paese della valle del Belbo dove Anguilla, il protagonista del romanzo, fa ritorno è Santo Stefano (anche se mai se ne dice il nome) e Nuto, l'amico ritrovato, somiglia moltissimo a Pinolo Scaglione, che vive da sempre a Santo Stefano e che rimane per tutta la vita amico dello scrittore. A lui Pavese inviava i sui libri, con dedica. Su La luna e i falò è scritto: A Pinolo questo libro – forse l'ultimo che avrò mai scritto dove si parla di lui – chiedendo scusa delle "invenzioni", da Cesare.

 

Così inizia il romanzo:

 

C'è una ragione perché sono tornato in questo paese, qui e non invece a Canelli, a Barbaresco o in Alba. Qui non ci sono nato, è quasi certo; dove son nato non lo so; non c'è da queste parti una casa né un pezzo di terra né delle ossa ch'io possa dire «Ecco cos'ero prima di nascere». Non so se vengo dalla collina o dalla valle, dai boschi o da una casa di balconi. La ragazza che mi ha lasciato sugli scalini del duomo di Alba, magari non veniva neanche dalla campagna, magari era la figlia dei padroni di un palazzo, oppure mi ci hanno portato in un cavagno da vendemmia due povere donne da Monticello, da Neive o perché no da Cravanzana. Chi può dire di che carne sono fatto?

 

Il titolo

 

La tradizione dei falò è diffusa in tutta l'Italia. Nella notte di San Giovanni, fra il 23 e il 24 giugno, durante il solstizio d'estate, quando, come spiega l'etimologia, il sole si ferma e cambia direzione, i contadini accendono grandi fuochi (i falò) bruciando piante e erbe vecchie per ottenere la buona stagione. Nel capitolo IX, Anguilla, il protagonista, parlando con Cinto un ragazzo del paese, ricorda questa antica usanza:

 

– Li hanno fatti quest'anno i falò? – chiesi a Cinto – Noi li facevamo sempre. La notte di San Giovanni tutta la collina era accesa.

 

Nello stesso capitolo, Anguilla interroga anche Nuto, l’amico di sempre, sulla tradizione dei fuochi, un’usanza molto sentita, legata a credenze sull’influenza della luna nella crescita dei raccolti:

 

[…] quando gli raccontai di quella storia dei falò nelle stoppie, (Nuto) alzò la testa

Fanno bene sicuro, – saltò – Svegliano la terra...

– Questa è nuova, – dissi – Allora credi anche nella luna?

– La luna, – disse Nuto – bisogna crederci per forza...

 

 

La ricerca del ritmo

 

La luna e i falò riflette le scelte stilistiche di Pavese, la sua ricerca del ritmo di ciò che accade, un ritmo che ha alla base, da una parte la ripetizione e la monotonia, proprie del mito e del mistero, dall'altra una narrazione oggettiva, che utilizza dialoghi brevi, essenziali e di grande forza evocativa.

 

L'oggettività

 

Nel romanzo i dialoghi sono essenziali ma incisivi, il modo di raccontare oggettivo ed evocativo insieme. Pavese scrive il romanzo in pochi mesi, ma questo non intacca la qualità e il livello della forma e dello stile. Anzi.

Come sottolinea il critico Giuliano Manacorda […] “La luna e i falò”, pur nella velocità febbrile con cui fu composto, appare ancora come il racconto più sorvegliato... e non ha quindi una parola fuor di posto, una battuta o una riga che non siano istintivamente ma deliberatamente volute con tutte le risonanze che le riallacciano agli altri romanzi di cui vuol essere il suggello[1].

Riportiamo come esempio la parte finale del capitolo XXVI. Il padre di Cinto, reso pazzo dalla miseria, ha dato fuoco alla casa della Gaminella. Solo il ragazzo è riuscito a salvarsi e a fuggire:

 

Qualcuno correva sullo stradone nella polvere, sembrava un cane. Vidi un ragazzo: zoppicava e ci correva incontro. Mentre capivo ch'era Cinto, fu tra noi, mi si buttò tra le gambe e mugolava come un cane.
– Cosa c'è? 

Lì per lì non gli credemmo. Diceva che suo padre aveva bruciato la casa. – Proprio lui, figurarsi – disse Nuto.
 Ha bruciato la casa – ripeteva Cinto, – Voleva ammazzarmi... Si è impiccato... Ha bruciato la casa... 
– Avranno rovesciato la lampada – dissi.
– No no – gridò Cinto, – ha ammazzato Rosina e la nonna. Voleva ammazzarmi ma non l'ho lasciato... Poi ha dato fuoco alla paglia e mi cercava ancora, ma io avevo il coltello e allora si è impiccato nella vigna 

Cinto ansava, mugolava, era tutto nero e graffiato. S'era seduto nella polvere sui miei piedi, mi stringeva una gamba e ripeteva: – Il papà si è impiccato nella vigna, ha bruciato la casa... anche il manzo. I conigli sono scappati, ma io avevo il coltello... È bruciato tutto, anche il Piola ha visto…

 

Realismo e simbolismo

 

I racconti di Scaglione e le tradizioni della campagna danno vita a La Luna e i falò, il libro che, scrive Pavese, mi portavo dentro da più tempo e che ho più goduto a scrivere (dalla lettera al giornalista e critico Aldo Camerino, 30 maggio 1950). Ed è proprio in questo libro – sostiene la maggior parte dei critici – che troviamo racchiuse e fuse insieme le due componenti della poetica di Pavese: il realismo, con il racconto della guerra e della resistenza, e il simbolismo, attraverso il ritorno all'infanzia e alle proprie radici e. con il richiamo al mito e agli antichi riti legati al fuoco e alla luna.

Scrive l'amico Italo Calvino a proposito di questo romanzo ricco di simboli e significati profondi:

 

Ogni romanzo di Pavese ruota intorno a un tema nascosto, a una cosa non detta che è la vera cosa che egli vuol dire e che si può dire solo tacendola. Tutt’intorno si compone un tessuto di segni visibili, di parole pronunciate: ciascuno di questi segni ha a sua volta una faccia segreta (un significato polivalente o incomunicabile) che conta più di quella palese, ma il loro vero significato è nella relazione che li lega alla cosa non detta. La luna e i falò è il romanzo di Pavese più fitto di segni emblematici, di motivi autobiografici, di enunciazioni sentenziose (in Revue des études italiennes, 2, 1966).

 

Il romanzo si chiude con Nuto che racconta ad Anguilla la morte di Santa, la più giovane delle figlie del fattore, descritta come la protagonista di un tragico mito: chiara e bella come la luna d'estate, uccisa con violenza e arsa come un orribile falò:

 

Non aveva più la giacca a vento e i pantaloni che aveva portato tutti quei mesi... s'era messa un vestito da donna, un vestito chiaro da estate... La condussero fuori. Lei sulla porta si voltò, mi guardò e fece una smorfia come i bambini... Ma fuori cercò di scappare. Sentimmo un urlo, sentimmo correre, e una scarica di mitra che non finiva più. Uscimmo anche noi, era distesa in quell'erba davanti alle gagge.

 

Gli chiesi se Santa era sepolta lì.

 Non c'è caso che un giorno la trovino? Hanno trovato quei due...

Nuto s'era seduto sul muretto e mi guardò col suo occhio testardo. Scosse il capo. – No, Santa no, – disse, – non la trovano. Una donna come lei non si poteva coprirla di terra e lasciarla così. Faceva ancora gola a troppi. Ci pensò Baracca. Fece tagliare tanto sarmento nella vigna e la coprimmo fin che bastò. Poi ci versammo la benzina e demmo fuoco. A mezzogiorno era tutta cenere. L'altr'anno c'era ancora il segno, come il letto di un falò.



[1] Giuliano Manacorda, Storia della letteratura contemporanea 1940 1965, Roma, Editori Riuniti, 1967

 

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