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"La Locandiera": una commedia morale, utile, istruttiva

    Letteratura e teatro
    Eleonora Duse interpreta Mirandolina, 1891 circa. Fonte: Wikimedia Commons

    Mirandolina è uno dei personaggi più noti e amati del teatro di Goldoni. Avviciniamoci a Mirandolina attraverso ciò che dice l’autore nella Premessa alla Locandiera (L’Autore a chi legge).

     

    Goldoni, afferma che, fra tutte le sue commedie questa è la più morale, la più utile, la più istruttiva anche se, fra le donne da lui portate sulla scena, Mirandolina può sembrare la più pericolosa per la sua capacità di sedurre e manipolare le persone

     

    In realtà – continua Goldoni – chi si soffermerà a riflettere con attenzione, comprenderà che questa commedia è un esempio vivissimo della presunzione avvilita, ed una scuola che insegna a fuggire i pericoli, per non soccombere alle cadute. La locandiera insegna come si fanno innamorare gli uomini, anche quelli che, come il Cavaliere di Ripafratta, odia le donne.

     

    Per farsi accettare da lui lo loda, è compiacente, lo asseconda nel suo modo di pensare, perfino nel disprezzo per le donne:

     

    MIRANDOLINA: Ha moglie V.S. illustrissima?
    CAVALIERE: Il cielo me ne liberi. Non voglio donne.
    MIRANDOLINA: Bravissimo. Si conservi sempre così. Le donne, signore... Basta, a me non tocca a dirne male (atto I, XV)

     

    Quando il Cavaliere superata l’ostilità iniziale, inizia a usarle gentilezze e attenzioni, Mirandolina lo ricambia con finezze studiate, che sembrano frutto di un interessamento disinteressato e sincero; e quanto più il Cavaliere diventa docile (vedendo scemare la ruvidezza), tanto più lei affila le armi della seduzione: lascia il discorso a metà (dice delle tronche parole), lo guarda con insistenza (avanza degli sguardi), cerca un contatto:

     

    MIRANDOLINA: Questo è il vero pensare degli uomini. Signor Cavaliere, mi porga la mano.

    CAVALIERE: Perché volete ch’io vi porga la mano?

    MIRANDOLINA: Favorisca; si degni; osservi, sono pulita.

    CAVALIERE: Ecco la mano.

    MIRANDOLINA: Questa è la prima volta, che ho l’onore d’aver per la mano un uomo, che pensa veramente da uomo.

    CAVALIERE: Via, basta così. (Ritira la mano.)

    MIRANDOLINA: Ecco. Se io avessi preso per la mano uno di que’ due signori sguaiati, avrebbe tosto creduto ch’io spasimassi per lui. Sarebbe andato in deliquio. Non darei loro una semplice libertà, per tutto l’oro del mondo. Non sanno vivere. Oh benedetto in conversare alla libera! senza attacchi, senza malizia, senza tante ridicole scioccherie. Illustrissimo, perdoni la mia impertinenza. Dove posso servirla, mi comandi con autorità, e avrò per lei quell’attenzione, che non ho mai avuto per alcuna persona di questo mondo.(atto I, XV)

     

    Il pover’uomo capisce di essere pericolo e lo vorrebbe salvarsi:

     

    CAVALIERE (solo): Eh! So io quel che fo. Colle donne? Alla larga. Costei sarebbe una di quelle che potrebbero farmi cascare più delle altre. Quella verità, quella scioltezza di dire, è cosa poco comune. Ha un non so che di estraordinario; ma non per questo mi lascerei innamorare. Per un poco di divertimento, mi fermerei più tosto con questa che con un’altra. Ma per fare all’amore? Per perdere la libertà? Non vi è pericolo. Pazzi, pazzi quelli che s’innamorano delle donne. (Parte.)(atto I, XVI)

     

    Ma la femmina accorta con due lagrimette l’arresta, e con uno svenimento l’atterra, lo precipita, l’avvilisce. Pare impossibile – afferma Goldoni – che un uomo, e soprattutto se è un uomo disprezzator delle donne, possa capitolare in così breve tempo. E aggiunge con divertita ironia, che quando ha iniziato a scrivere la Commedia non era sicuro di riuscire a farlo innamorare di Mirandolina prima della fine e invece ha dovuto faticare per darlo vinto alla fine dell’Atto secondo!

     

    CAVALIERE: Ma che avete?

    MIRANDOLINA: Non so se sia il fumo, o qualche flussione di occhi.

    CAVALIERE: Non vorrei che aveste patito, cucinando per me quelle due preziose vivande.

    MIRANDOLINA: Se fosse per questo, lo soffrirei... volentieri... (Mostra trattenersi di piangere.)

    CAVALIERE: (Eh, se non vado via!). (Da sé.) Orsù, tenete. Queste sono due doppie. Godetele per amor mio... e compatitemi... (S’imbroglia.)

    MIRANDOLINA (senza parlare, cade come svenuta sopra una sedia.)

    CAVALIERE: Mirandolina. Ahimè! Mirandolina. È svenuta. Che fosse innamorata di me? Ma così presto? E perché no? Non sono io innamorato di lei? Cara Mirandolina... Cara? Io cara ad una donna? Ma se è svenuta per me. Oh, come tu sei bella! Avessi qualche cosa per farla rinvenire. Io che non pratico donne, non ho spiriti, non ho ampolle. Chi è di là? Vi è nessuno? Presto?... Anderò io. Poverina! Che tu sia benedetta! (Parte, e poi ritorna.)

    MIRANDOLINA: Ora poi è caduto affatto. Molte sono le nostre armi, colle quali si vincono gli uomini. Ma quando sono ostinati, il colpo di riserva sicurissimo è uno svenimento. Torna, torna. (Si mette come sopra.)
    CAVALIERE (torna con un vaso d’acqua.): Eccomi, eccomi. E non è ancor rinvenuta. Ah, certamente costei mi ama. (La spruzza, ed ella si va movendo.) Animo, animo. Son qui cara. Non partirò più per ora.

     

    Goldoni continua a parlare amichevolmente col suo pubblico. Poiché il Cavaliere si era già perdutamente innamorato nel secondo atto – confessa – io non sapeva quasi cosa mi fare nel terzo! Alla fine decide di fornire un esempio della barbara crudeltà con cui le donne si burlano dei miserabili che hanno vinti,perché possa servire da monito ai giovani. E per questo non ha che l’imbarazzo della scelta: lui stesso infatti – proprio per mancanza di esempi da seguire – è stato molte volte vittima di qualche barbara Locandiera. Nasce così la Scena dello stirare, allora quando la Locandiera si burla del Cavaliere che languisce. Riportiamo la parte in cui anche Fabrizio, l’uomo che Mirandolina sceglierà come sposo, viene coinvolto nel gioco di seduzione:

     

    SCENA QUINTA
    Fabrizio col ferro, e detti.
    FABRIZIO: Son qua. (Vedendo il Cavaliere, s’ingelosisce.)

    MIRANDOLINA: È caldo bene? (Prende il ferro.)

    FABRIZIO: Signora sì. (Sostenuto.)
    MIRANDOLINA: Che avete, che mi parete turbato? (A Fabrizio, con tenerezza.)

    FABRIZIO: Niente, padrona, niente.

    MIRANDOLINA: Avete male? (Come sopra.)

    FABRIZIO: Datemi l’altro ferro, se volete che lo metta nel fuoco.

    MIRANDOLINA: In verità, ho paura che abbiate male. (Come sopra.)

    CAVALIERE: Via, dategli il ferro, e che se ne vada.

    MIRANDOLINA: Gli voglio bene, sa ella? È il mio cameriere fidato. (Al Cavaliere.)

    CAVALIERE: (Non posso più). (Da sé, smaniando.)

    MIRANDOLINA: Tenete, caro, scaldatelo. (Dà il ferro a Fabrizio.)
    FABRIZIO: Signora padrona... (Con tenerezza.)
    MIRANDOLINA: Via, via, presto. (Lo scaccia.)
    FABRIZIO: (Che vivere è questo? Sento che non posso più). (Da sé, parte.)(atto III, IV e V)

     

    Goldoni termina la Presentazioni augurandosi di essere stato utile e di ricevere per questo la gratitudine del pubblico e in particolare del pubblico femminile. Anche le donne che oneste sono– sottolinea – saranno contente, perché le simulatrici come Mirandolina vengono condannate, mentre le femmine lusinghiere arrossiranno e malediranno chi le ha scoperto i loro intrighi (non importa che mi dicano nell’incontrarmi: che tu sia maledetto!).

     

    Nell’ultimo atto, Mirandolina, che ha deciso di sposarsi (cambiando stato) e di comportarsi d’ora in poi in maniera completamente diversa (cambiar costume), prende congedo con queste parole:

     

    MIRANDOLINA: Queste espressioni mi saran care, nei limiti della convenienza e dell’onestà. Cambiando stato, voglio cambiar costume; e lor signori ancora profittino di quanto hanno veduto, in vantaggio e sicurezza del loro cuore; e quando mai si trovassero in occasioni di dubitare, di dover cedere, di dover cadere, pensino alle malizie imparate, e si ricordino della Locandiera. (atto III, scena ultima)

     

    Il personaggio della Locandiera disegna una figura femminile complessa, che, nel tempo, è stata letta e interpretata in modo vario e diverso: come una onesta e graziosa regina di cuori[1], come una donna forte, capace di muoversi nel mondo degli uomini con la lucidità e il distacco di un intellettuale[2], come una commerciante, la tenutaria di una locanda[3] interessata prima di tutto al suo guadagno e all’affermazione sociale.

     

     

     


    [1]Attilio Momigliano, Storia della letteratura italiana, Principato, Milano-Messina, 1948.

    [2]Mario Baratto, Tre studi sul teatro (Ruzante, Aretino, Goldoni), Neri-Pozza, Vicenza, 1964.

    [3]Roberto Alonge, Approcci goldoniani. Il sistema di Mirandolina, in Il castello di Elsinore. Quadrimestrale il teatro, anno IV, n.12, 1991.

     

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