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La lingua del "iesse"

    Migrazioni
    Quartiere italiano di Philadelphia: Talluto's Authentic Italian Food.

    «Da vendere o affittare, building in buona posizione, con locali adatti per grosseria e barra. Bisinis garantito. Rendite cheap. Rivolgersi alla firma P. R & C... Street. Carri lungo il block».

     

    Per naturale associazione d’idee contrarie, la prima volta che in terra americana lessi un consimile squarcio d’eloquenza, mi venne in mente la Crusca. Poiché, nel suo genere, è un testo di lingua anche questo, della lingua che si parla correntemente dai ben parlanti, si stampa quotidianamente (e non solo sulle quarte pagine) in certi fogli; e si può leggere anche quotidianamente da chi ne abbia voglia, nel quartiere italiano di ogni grande città americana. In questo caso particolare l’epigrafe che trascrivo letteralmente, significa che la ditta P. R. & C. etc., è incaricata della vendita o affitto di un fabbricato adatto a scopi commerciali, impianto di magazzini e mescita di liquori, lungo il quale corre il tram, e che il prezzo dell’affitto è mite.

     

    L’immigrante che arriva in America sente subito il bisogno di assimilarsi una certa quantità di parole inglesi colle quali sbrigare le sue faccende quotidiane; ed ecco che si trova di fronte a difficoltà di suono e di pronunzia, a superare le quali non possono aiutarlo né la grammatica né l’ortografia che generalmente non conosce nemmeno in relazione alla sua lingua nativa. Ascolta e imita, e a forza di andar orecchiando e imitando, riesce a trovarsi non troppo a disagio in un linguaggio che suona tanto più lontano dall’inglese delle persone colte in quanto gli conviene raccoglierlo dalla bocca del «polisman» irlandese o del «marchettoma» («marketman», fornitore), il quale a sua volta è probabilmente un immigrato tedesco. E non imporla se in bocca italiana (e per lo più meridionale), sotto un’influenza evidentemente germanica, il «good morning» inglese diventa «gudmórgani»; o se lo «shut up» suona «scialappa» pur significando «tacete»; o se «ten cents a dozen» (dieci soldi la dozzina) si attenua in «tene sense dósin» il suono è press’a poco quello; e il «policeman» e il «marketman» che sono, si può dire, i soli stranieri con cui l’immigrante comunica, intendono per istinto; altri, se mai, intenderà per consuetudine. E così l’immigrante si fa capire dall’indigeno, tanto meglio in quanto anche questi, innocente di quei principi ortografici che intralciano talvolta la comprensione ai più colti, si affida puramente all’impressione fonetica della parola. Ora, che un immigrante italiano, per un fenomeno che si potrebbe chiamare di esosmosi linguistica, imbeva, diciamo così, di elemento italiano la sostanza del volgare inglese, e parli un inglese rivestito di forme italiane, questo è, se non grammaticalmente lodevole, certo spiegabile logicamente.

     

    Fonte: Amy Bernardy Allemand, La lingua del «iesse», in Maddalena Tirabassi, Ripensare la patria grande, Isernia, C. Iannone, 2005, pp. 212-13.

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