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L’"Orlando Furioso": la varietà stilistica

    Letteratura e teatro

    In uno stesso Canto Ariosto può usare registri diversi (tragico, comico, epico, bucolico) e vari tipi di figure retoriche.

    Il Canto XXIII, dove si narra la pazzia di Orlando – uno degli episodi più famosi del Poema – è un esempio significativo di questa varietà stilistica.

     

    Orlando e il saraceno Mandricardo si affrontano in duello; durante lo scontro il cavallo di Mandricardo fugge via e Orlando lo insegue. Giunge così in un luogo bellissimo, descritto utilizzando il registro tipico della poesia bucolica[1], caratterizzato dalla presenza di paesaggi sereni, dai colori tersi e luminosi:

     

    100 Lo strano corso che tenne il cavallo
    del Saracin pel bosco senza via,
    fece ch'Orlando andò duo giorni in fallo,
    né lo trovò, né poté averne spia
    .
    Giunse ad un rivo che parea cristallo,
    ne le cui sponde un bel pratel fioria,
    di nativo color vago e dipinto,
    e di molti e belli arbori distinto
    .

     

    Ma ben presto il paladino scopre sulle pareti di una grotta le parole incise da Medoro che narrano i suoi amori con Angelica. Il valoroso Orlando di fronte alle sue speranze perdute è solo un uomo debole e indifeso. Ariosto usa il registro epico[2] per descrivere le virtù del suo eroe (conosce l’arabo, il latino e molte altre lingue e questo gli ha permesso di evitare danni e disonore):

     

    110 Era scritto in arabico, che 'l conte
    intendea così ben come latino:
    fra molte lingue e molte ch'avea pronte
    ,
    prontissima avea quella il paladino;
    e gli schivò più volte e danni ed onte,
    che si trovò tra il popul saracino:
    ma non si vanti, se già n'ebbe frutto;
    ch'un danno or n'ha, che può scontargli il tutto.

     

    Proprio a causa di tanta virtù Orlando, suo malgrado, viene a conoscenza di una verità che lo sconvolge. Per raccontare la fragilità del paladino, ai toni epici Ariosto fa seguire il registro tragico:

     

    111 Tre volte e quattro e sei lesse lo scritto
    quello infelice, e pur cercando invano
    che non vi fosse quel che v'era scritto
    ;
    e sempre lo vedea più chiaro e piano:
    ed ogni volta in mezzo il petto afflitto
    stringersi il cor sentia con fredda mano.
    Rimase al fin con gli occhi e con la mente
    fissi nel sasso
    , al sasso indifferente.

     

    La passione e il dolore bruciano nel cuore di Orlando: il paladino invoca il dio dell’Amore perché spenga che spenga quel fuoco e gli dia tregua. Il registro tragico ha come caratteristiche la personificazione[3] (Amore che batte le ali per tener viva la fiamma amorosa), la metafora[4] (la passione è un fuoco inestinguibile), il discorso diretto e la domanda che non ottiene risposta.

     

    127 Questi ch'indizio fan del mio tormento,
    sospir non sono, né i sospir sono tali.
    Quelli han triegua talora; io mai non sento
    che 'l petto mio men la sua pena esali.
    Amor che m'arde il cor, fa questo vento,
    mentre dibatte intorno al fuoco l'ali
    .
    Amor, con che miracolo lo fai,
    che 'n fuoco il tenghi, e nol consumi mai?

     

    Orlando è ormai impazzito. Per descriverne la follia, Ariosto usa in chiave comica l’iperbole,[5] l’enumerazione[6] e la similitudine[7]: il paladino, nudo e col corpo coperto di peli ispidi, con forza sovrumana sradica alberi secolari come se fossero ortaggi e pianticelle medicinali. In questo dramma, l’ironia porta di nuovo equilibrio e leggerezza.

     

    133 […] E poi si squarciò i panni, e mostrò ignudo
    l'ispido ventre e tutto 'l petto e 'l tergo;
    e cominciò la gran follia, sì orrenda,
    che de la più non sarà mai ch'intenda.



    134 In tanta rabbia, in tanto furor venne,
    che rimase offuscato in ogni senso.
    Di tor la spada in man non gli sovenne;
    che fatte avria mirabil cose, penso.
    Ma né quella, né scure, né bipenne
    era bisogno al suo vigore immenso.
    Quivi fe' ben de le sue prove eccelse,
    ch'un alto pino al primo crollo svelse:



    135 e svelse dopo il primo altri parecchi,
    come fosser finocchi, ebuli o aneti;
    e fe' il simil di querce e d'olmi vecchi,
    di faggi e d'orni e d'illici e d'abeti.
    Quel ch'un ucellator che s'apparecchi
    il campo mondo, fa, per por le reti,
    dei giunchi e de le stoppie e de l'urtiche,
    facea de cerri e d'altre piante antiche

     



    [1] Il termine “bucolica” deriva dalla parola greca βουκόλος (bukòlos= pastore di buoi). L’invenzione di questo genere letterario che ha per protagonisti umili pastori e per scenario una campagna serena e ridente, è attribuito al poeta greco Teocrito.

    [2] Il termine epica deriva dal greco έπος (epos =parola) e significa racconto. Al centro della poesia epica stanno le gesta di un eroe con caratteristiche (forza, astuzia, coraggio, nobiltà di sentimenti) che lo elevano al di sopra di tutti gli altri uomini.

    [3] La personificazione o prosopopea (dal greco prósopon = faccia) è una figura retorica che si ottiene facendo parlare animali o cose come se fossero persone.

    [4] La metafora (dal greco metaphérō = io trasporto) prevede lo spostamento di significato fra due termini (in questo caso il significato di ardere e consumare passa dal fuoco all’amore); è un paragone in cui non sono presenti avverbi o locuzioni (come, uguale a).

    [5] L'iperbole (dal greco hyperbolé =eccesso) consiste in una descrizione esagerata della realtà, per eccesso o per difetto.

    [6] L'enumerazione (dal latino enumerāre=contare), detta anche elenco o enumeratio, è una figura retorica che consiste nel raggruppare una serie di parole utilizzando virgole o congiunzioni.

    [7] La similitudine serve a chiarire un concetto paragonandolo a qualcuno o a qualcosa. È simile al paragone, ma i termini del confronto non sono intercambiabili.

     

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