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L’"Orlando Furioso": la struttura aperta e il rigore logico

    Letteratura e teatro

    Secondo Lanfranco Caretti[1], la vera materia del poema di Ariosto è la concezione moderna dell’uomo e della vita che si esprime attraverso la struttura aperta tipica del romanzo, molto diversa dalla struttura chiusa, tipica del genere epico:

     

    Se il Furioso doveva riflettere, nelle intenzioni del suo autore, tutti gli aspetti della vita sensibile nella molteplicità dei loro rapporti, ben si comprende come il movimento, cioè l’azione dovesse costituirne l’aspetto dominante e come il romanzesco (per il complesso gioco delle complicanze e la serie dei mutamenti che offriva) dovesse risultarne la forma più naturale. Il poema non ci offre pertanto una struttura chiusa (una cornice a contorni fissi, con figure e sentimenti energicamente scolpiti a forte rilievo), ma una struttura estremamente aperta, tutta percorsa da una energia dinamica, nella quale non appare alcun centro stabile, alcun luogo preminente, così come ne resta esclusa una durata prestabilita.

     

    La grandezza di Ariosto consiste nell’aver creato una tecnica estremamente raffinata, capace di dare coerenza e rigore logico a una incredibile molteplicità e varietà di situazioni:

     

    L’Ariosto alla cosmologia teocentrica medievale sostituiva definitivamente una cosmologia antropomorfica nella quale il centro era, in ogni momento, liberamente variabile. Potremmo perciò definire il Furioso come l’aureo capitolo di una vicenda a cui è ignota qualsiasi forma di piano provvidenziale e nel quale si rispecchia piuttosto il senso libero, estroso, incalcolabile e inesauribile della vita.

     

    Quanto detto spiega l’andamento di romanzo che è caratteristico del Furioso e indica le ragioni interne della narrativa ariostesca, ma insieme lascia intravedere la somma di problemi stilistici che l’Ariosto era chiamato a risolvere. Si trattava infatti di realizzare il massimo della varietà (nell’ordine dei sentimenti come in quello delle situazioni) con il massimo della naturalezza, conciliando la fertilità inventiva con il rigore logico ossia con l’intrinseca coerenza del racconto. A ciò l’Ariosto ha provveduto con una tecnica estremamente raffinata, tanto più ammirevole, quanto più dissimulata e quasi inavvertibile.

     



    [1] L. Caretti, Ariosto e Tasso, Torino, Einaudi 1977 (1961)

     

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