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Un estratto di Giovanni Macchia su Pirandello

    Letteratura e teatro

    Uno dei più importanti e penetranti critici dell’opera di Pirandello, Giovanni Macchia, apre così il suo saggio sulla Storia della Letteratura Italiana edita da Garzanti:

     

    Nell’avvicinarsi a Pirandello, un critico potrebbe servirsi di uno strumento, non tra i più complicati, che uno dei tanti suoi personaggi adoperava con abile compiacenza: un cannocchiale rovesciato. Concentrato nell’elaborazione di un’opera che avrebbe avuto come titolo La filosofia del lontano, il dottor Fileno, precoce personaggio in cerca d’autore, per documentarsi immergeva gli avvenimenti più recenti nel gran fiume della storia e li “impostava” senza troppi dubbi entro gli archivi del passato. Il suo procedimento era squisitamente temporale. La nostra prima visione sarà soltanto spaziale.

     

    Non sarà difficile contemplare da molto lontano, nella geografia letteraria contemporanea, l’estensione e la ricchezza dell’“isola Pirandello”. Ma è un’operazione che presenta anche i suoi imprevisti, e le sue oscurità. La solitudine, il distacco in cui fu tenuta la sua opera per lunghi anni, aiutarono a dare a questa isola contorni netti; e la cinsero insieme di un alone di silenzio e di attesa. Coperta di nuvolaglie immobili, di una foschia quasi perenne, essa restò invisibile agli occhi anche più esercitati. Le fu negato ogni regime di scambi fertili e di osmosi, come se essa fosse l’isola di un condannato di cui, solo quando riusciamo a superare un’innata e timorosa prevenzione, si scopre, nella sua stessa aridità, la strana e avara bellezza.

     

    Eppure nessuno scrittore contemporaneo ha lavorato per larghezza ed estensione più di Pirandello. Nessuno ha sperimentato in una terra solitaria e scontrosa culture tanto diverse. Nulla in quest’opera viene lasciato al caso, tutto vive al di fuori di un’avventura. Ogni azione, bene o male, presto o tardi, dovrà far centro. È una continuità d’ordine anche razionale, che si svolge, con insistita coerenza, dagli inizi sino alla fine della sua carriera. Pirandello fu un creatore infelice, tormentato, ed un felicissimo amministratore delle sue creazioni, di cui l’una poggiava scioltamente sui risultati dell’altra. Fu uno dei più brillanti negatori dell’unità dell’io e si costruì pezzo per pezzo, con tenacia e accanimento, la propria “personalità” di scrittore. Un suo spiritello pervicace, quasi tenebroso, lo spinse fino ai limiti dell’assurdo, al gusto dello scandalo.

     

    [Giovanni Macchia, Luigi Pirandello, in Storia della Letteratura Italiana. Il Novecento, diretta da Emilio Cecchi e Natalino Sapegno, Milano, Garzanti, 1987, vol. I, p. 477]

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